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Coronavirus, i numeri in chiaro. Il fisico Sestili: «Sui contagi a scuola da Azzolina solo propaganda, parole azzardate e fuori luogo»

Davanti a noi il bivio: o la situazione si stabilizza sull’attuale media di 2.500 casi al giorno o, dice il ricercatore, ci sarà una «crescita repentina». La scuola? «Troppo presto e pochi dati: in questo momento non è possibile valutare l’incidenza della scuola sui casi positivi»
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Ancora 28 vittime in un giorno, mentre i contagi da Coronavirus crescono e l’aumento nelle ultime 24 ore è di 2.677 casi. Il quotidiano bollettino della Protezione Civile, preghiera laica di tanti italiani e italiane in questi mesi di pandemia, sembra tornato indietro nel tempo. A tempi bui. I dati di oggi sono in linea con quelli degli ultimi giorni, dice a Open Giorgio Sestili, fisico e divulgatore scientifico. «Ma se guardati da una prospettiva temporale più ampia confermano un aumento dei contagi in Italia. Oggi, in rapporto ai tamponi, i nuovi casi non sono affatto pochi».

Cosa significa?

«Il trend settimanale è in aumento rispetto alla scorsa settimana, e come dicono i dati dell’Istituto superiore di Sanità siamo alla nona settimana consecutiva di aumento dei casi registrati. Abbiamo trascorso l’estate registrando sui 2-3-400 contagi. Poi improvvisamente ad agosto siamo risaliti intorno ai mille e per tutto il mese di settembre si sono stabilizzati intorno ai 1.500. Ora possiamo dire che abbiamo assistito a un ulteriore salto: dopo un mese di stabilizzazione i contagi si sono portati a quota 2.500 e sicuramente non torneranno indietro».

Quali sono gli scenari possibili a questo punto?

«Due. Il primo vede i numeri stabilizzarsi, un po’ come avvenuto dopo il salto di agosto, e sarebbe lo scenario migliore, perché riusciremmo a contenere anche i malati in ospedale o in terapia intensiva. Quello peggiore invece è nel rischio che questo salto rappresenti solo l’inizio di una crescita repentina dei contagi, che è un po’ quello che è avvenuto in Francia, Spagna e Regno Unito, dove si arriva a contagi sopra le 10mila unità. In questo momento nessuno può rispondere a questa domanda: possiamo solo stare a vedere cosa accadrà».

I principali indiziati dell’aumento dei contagi?

«Non c’è mai una causa, ma un insieme di cause. Sono ripartite tutte le attività lavorative e scolastiche. Sono cambiati spostamenti e abitudini. Prima eravamo in vacanza magari al mare e si stava più all’aperto. Infatti i luoghi di contagio erano magari quelli della movida e la regione simbolo era diventata la Sardegna. Ora i luoghi di contagio si spostano nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, sui mezzi pubblici, e ovviamente nelle famiglie.

Come dice l’ultimo report dell’Iss, il 70% dei contagi delle ultime due settimane è avvenuto in ambito familiare. Questo dato è importante ma ci dice anche altro: qualcuno il virus in famiglia ce lo deve portare. E quindi significa che lo ha contratto esternamente. Scuola, lavoro, mezzi, bar, ristoranti: è difficile insomma individuare una sola causa. Poi le famiglie, a tavola con i nostri parenti, chiaramente sono un luogo formidabile per i contagi».

«I contagi nelle scuole, in questa fase, sono casi sporadici, e per lo più, contratti fuori da scuola», ha detto la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina. «Il sistema scolastico ha iniziato in sicurezza e sta tenendo perché si è attrezzato». Cosa ne pensate dei numeri snocciolati dalla ministra?

«La dichiarazione di Azzolina ci è sembrata azzardata e fuori luogo: ha dato dei numeri che in questo momento non hanno alcun significato. Non ha senso fare delle statistiche a sole due settimane dalla riapertura della scuola. Per non parlare del fatto che il 14 settembre ha aperto alla fine solo una parte delle scuole italiane, non tutte. Non dimentichiamo che 14 giorni sono pochi per fare statistica.

Il virus ha un periodo di incubazione che può arrivare a 14 giorni. Inoltre ci mancano dei dati: per esempio non sappiamo se queste 1.957 persone dichiarate positive tra docenti, personale tecnico-amministrativo e studenti si siano infettate a scuola o meno. E non sappiamo quanto incida l’attività di screening che viene fatta attraverso tamponi e test sierologici su questi casi. E poi…».

E poi?

«Gli studenti sono giovani e i giovani sono per lo più asintomatici. Quindi non abbiamo la reale percezione di quanti potrebbero essere gli studenti e le studentesse positivi in tutta Italia. Ecco perché abbiamo sollevato l’allarme: attenzione perché in questo momento non è possibile valutare l’incidenza della scuola sui casi positivi. Questi numeri non hanno alcun senso: sembrava un po’, invece, propaganda».

Quanto tempo serve per avere un quadro?

«Il punto non è il tempo ma quale attività di monitoraggio viene messa in campo per la scuola. Ci può bastare anche un mese per avere le prime statistiche credibili, ma dobbiamo fare attività di screening e campionare la popolazione scolastica: fare tanti tamponi e test sierologici a studenti e professori. Non solo a chi presenta sintomi, ma anche in modo casuale a chi non ne ha. Proprio perché siamo convinti di trovare tanti asintomatici soprattutto tra gli studenti. E poi serve, come fa l’Iss, cercare di capire qual è il luogo del contagio».

È favorevole all’obbligo di mascherine all’aperto?

«Siamo favorevoli, perché servono per creare un’abitudine consolidata. Dal punto di vista scientifico, se esco a fare una passeggiata in un parco e non c’è nessuno vicino a me, la mascherina non è necessaria. Ma è altrettanto vero che per controllare di più i momenti di assembramento – l’entrata e l’uscita dalle scuole, i luoghi affollati della movida – è una misura importante, perché indossare una mascherina riduce effettivamente la possibilità di contagio».

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