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Coronavirus, i numeri in chiaro. La prof d’Igiene Laurenti: «Trend in aumento ma meno che in Europa. E gli ospedali sul territorio stanno reggendo»

La direttrice dell’Istituto di’Igiene si dice sicura che il sistema ospedaliero è in una posizione migliore rispetto a febbraio e marzo per gestire l’epidemia. Ma avverte: «I decessi e le terapie intensive ci dicono che il virus può ancora fare male»
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Da oltre due settimane l’Italia registra – quasi sempre – più di 1.000 casi al giorno. Oggi non fa eccezione: secondo l’ultimo bollettino in 24 ore i nuovi positivi sono +1.108, i decessi +12, i nuovi tamponi 52.553, ovvero 20mila in meno rispetto a ieri e circa 55mila in meno rispetto a due giorni fa. Ma, come premette Patrizia Laurenti, docente presso l’Università Cattolica e direttrice del Servizio di Igiene ospedaliera, «i dati sono espressione dei 15 giorni precedenti».

Possiamo dire che i numeri di oggi confermano che il trend è in aumento?

«Il trend da 5 settimane a questa parte è in aumento. Questo è inequivocabile. È chiaramente espressione di quanto accaduto dalla prima metà di luglio in poi: le vacanze, i viaggi, l’allentamento delle misure di contenimento. Questa è la “cattiva notizia”. La “buona notizia” è che le dimensioni di questi giorni sono nettamente inferiori rispetto a quello che sta succedendo in Europa, dove l’aumento è molto più massiccio. Per esempio in Spagna si viaggia sui +9.000, in Francia sui +7.000. Mi piacerebbe pensare che questo sia espressione di quanto fatto fino ad adesso in termini di test, tracciamento e di isolamento».

Bisogna dire che in Francia è stato fatto un record di tamponi – oltre un milione – la scorsa settimana.

«Si, è fondamentale incrementare l’attività di ricerca dei positivi al tampone, perché possono essere asintomatici, quindi non essere intercettati dal punto di vista clinico, ma  hanno un ruolo importante nella trasmissione dell’infezione ai loro contatti. Quindi incrementare l’attività di testing è un’esigenza di sanità pubblica fondamentale».

Al tempo stesso però crescono sempre di più i ricoveri anche in terapia intensiva.

«Certamente, osservare che si stanno muovendo i ricoveri e che si stanno muovendo gli ingressi in terapia intensiva, è un indicatore che ci deve allertare – non in maniera drammatica, ma appunto allertare rispetto alle attenzioni da mettere in campo nel territorio. Per ora il sistema ospedaliero, che a febbraio e marzo è stato devastato, sta reggendo – prima perché è stato potenziato, poi perché da un punto di vista clinico e assistenziale si è più consapevoli di come trattare tempestivamente quest’infezione».

Purtroppo, il numero di medici e di operatori sanitari che muoiono a causa del Covid continua ad aumentare. Oggi siamo in condizione di proteggere meglio i nostri “eroi” – siamo più preparati anche da questo punto di vista?

«Siamo meglio preparati sia in termini di consapevolezza, sia in termini di comportamenti – gli operatori sanitari che operano nei Covid hospital sono perfettamente formati rispetto alla misure di prevenzione – sia in termini di dotazione di dispositivi di protezione individuale. Oggi sì – è chiaro che non bisogna abbassare la guardia e mantenere alte le dotazioni, elementi base di un piano pandemico».

La Lombardia rimane una delle regioni con il numero più alto di nuovi casi. Come mai?

«Certamente la Lombardia è la regione socialmente più attiva, quindi questo l’ha caratterizzata sin dall’inizio della pandemia. Purtroppo per motivi socio-sanitari è la più esposta. Però è interessante anche la situazione dell’Emilia-Romagna e del Lazio: sono le regioni in cui si osservano maggiormente questi fenomeni sociali – di spostamenti, di ritorno di lavoratori che stavano all’estero ecc. – che rappresentano un fattore di rischio».

Possiamo dire che il Coronavirus è diventato endemico in Italia?

«Dal punto di vista epidemiologico questo accade quando l’Rt è stabilmente uguale a 1, ma endemico vuol dire che la frequenza è costante, si rilevano costantemente casi e in qualche modo non andiamo verso una nuova ondata epidemica. L’auspicio sarebbe che questo Rt stabilmente diventasse inferiore a 1, perché significa che l’epidemia è destinata a spegnersi».

I decessi sono aumentati rispetto a ieri, ma siamo lontani dai picchi avvenuti in passato. Perché?

«Sicuramente il fatto che si sia abbassata l’età media dei casi che risultano positivi al tampone è un fattore che spiega in parte questo decremento dei decessi rispetto alle prime fasi dell’epidemia. La prima ondata dell’epidemia ha realizzato una sorta di “effetto mietitura” in gergo, colpendo i più suscettibili e i più anziani. Ma il fatto che le persone continuano a morire è sicuramente indice del fatto che il virus può ancora far male».

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