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Coronavirus, i numeri in chiaro. L’infettivologa Taliani: «L’incremento dei pazienti in rianimazione è del 3% in Campania, dell’8,4% in Lombardia»

Per l’infettivologa, ordinaria di Malattie infettive all’Università La Sapienza di Roma, «al posto di “colorare” tutta la Campania o tutta la Sicilia perché una città svetta per il gran numero di infezioni, essere più chirurgici può rendere anche più efficaci i provvedimenti»
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Ancora quasi 35 mila nuovi contagi, e un numero di vittime che continua a crescere: 446 in 24 ore. Numeri che ci riportano ai bollettini della prima ondata della pandemia di Coronavirus in Italia. Ma che rispetto ad allora vedono delle differenze significative. Secondo Gloria Taliani, infettivologa e ordinaria di Malattie infettive all’università La Sapienza di Roma: il numero di tamponi quotidiano, incredibilmente più alto di allora, e l’incremento percentuale di pazienti che vanno a finire in terapia intensiva, assai più basso.

Professoressa, come giudica l’evoluzione della curva dei contagi in Italia?

«Guardando l’ultima settimana ed esaminando il dato della percentuale di positivi sul numero dei tamponi totali eseguiti, vediamo che dal 1° novembre, quindi da domenica a oggi, c’è stato un crescendo: dal 13,97% al 15,54% di oggi. Quindi, per ogni cento tamponi eseguiti, ne troviamo 15,5 positivi, due in più rispetto a una settimana fa. La curva della frazione di positivi sui testati è dunque in crescita. Per ritrovare una frazione di questo genere bisogna tornare al 2 aprile scorso, quando si registrava una percentuale del 15,7%. Ma rispetto ad allora c’è una differenza sostanziale: lì la curva era decrescente, la percentuale stava diminuendo, mentre oggi è in crescita. I tamponi di quel giorno di aprile erano 31.450 e oggi oltre 234mila: un numero assai più elevato. Quindi il dato importante è che la percentuale di positivi sui tamponi eseguiti è in crescita e il numero di tamponi è straordinariamente più alto rispetto ad aprile, quando la curva di positività sui tamponi era in decrescita.

È un bene o un male?

«Potrebbe essere un dato apparentemente preoccupante, ma se guardiamo la distribuzione dei positivi nelle diverse tipologie, vediamo che oggi il 94,5% dei positivi è in isolamento domiciliare: ad aprile era il 60,5%. C’è un incremento del 156% dei soggetti che pur risultando positivi stanno a casa e che quindi non sono gravi. È una volta e mezzo più frequente oggi trovare un soggetto positivo asintomatico di quanto non lo fosse ad aprile».

Quindi, nonostante tutto, stiamo ancora gestendo bene l’epidemia?

«Sì: stiamo facendo un gran numero di tamponi in più».

E sulla gestione degli ospedali?

«La percentuale di pazienti ricoverata ad aprile era il 14,5%: era sette volte più frequente che si ricoverassero pazienti ad aprile di quanto non lo sia oggi, visto che ora registriamo una percentuale del 5%. Se avessimo le stesse distribuzioni di severità di casi, oggi, i nostri ospedali sarebbero strapieni. La quota di soggetti trovati positivi che finiva in rianimazione ad aprile era del 5% (su 100 positivi, 5 erano in terapia intensiva), mentre oggi sono 10 volte di meno: su cento positivi ne vanno 0,5, ovvero 5 su 1.000. E questo spiega il perché, tutto sommato, pur avendo oggi un numero molto elevato di positivi, le strutture ancora tengono. È cambiata la popolazione e la tipologia di soggetti su cui facciamo i tamponi oggi: mentre ad aprile inseguivamo i sintomatici, oggi anticipiamo l’esecuzione dei tamponi su una vasta popolazione di soggetti tracciati per rischio, quindi sostanzialmente asintomatici o paucisintomatici».

E sui decessi?

«La mortalità oggi è dell’1,17% ed è più elevata nella fascia di età tra gli 80 e i 90 anni (32%): uno su tre. Uno su quattro per i pazienti tra i 70 e i 79 anni, e meno di uno su 10 per i positivi tra i 60 e i 70 anni».

Cosa pensa della gestione dell’epidemia a “zone” sancita dall’ultimo Dpcm? Una divisione che però, notano i critici, si basa sui dati della cabina di regia che nella migliore delle ipotesi sono vecchi di 10 giorni.

«È chiaro che si arriva sempre dopo, è impossibile fare diversamente. Se andiamo a guardare le province con il numero di casi maggiore sono principalmente le grandi città: Roma, Milano e Torino. La Capitale ha 43mila casi complessivi, Milano 48mila e Torino 49mila. Più le aree sono popolose, più i casi si moltiplicano: è un fatto probabilistico, tanto più gente circola, tanto più è probabile che un soggetto venga a contatto con un altro positivo. E questo non fa altro che ribadire la necessità dell’osservanza dei comportamenti appropriati. È giusto che i provvedimenti vengano graduati per numero di casi, e quindi giocoforza finiscono per essere graduati sulle aree delle città più interessate».

Milano e Torino sono in zona rossa, Roma no.

«Il fatto è che più che “colorare” le regioni, bisognerebbe intervenire nel “colorare” i Comuni. Non ha necessariamente senso estendere a tutta una regione le restrizioni di un’area iperpopolosa come una città. E poi ci sono le zone rurali, che subiscono le stesse regole restrittive delle grandi città. Ci vorrebbero restrizioni più chirurgiche, basate sull’osservazione più puntuale dei casi. Se poi si vuole essere più generici, si può scendere al livello delle province piuttosto che ai Comuni. Forse la Lombardia è l’unica regione in cui una “colorazione” più uniforme ha oggi senso, perché sono molte le grandi o piccole città in cui gli indici di incremento sono elevati. Ma, al posto di colorare tutta la Campania o tutta la Sicilia perché una città svetta per il gran numero di infezioni, essere più chirurgici può rendere anche più efficaci i provvedimenti. L’hinterland romano non ha lo stesso fattore di rischio della grande città, e lo stesso vale per Milano, Torino ma anche Napoli».

Ecco: un’altra regione al centro delle polemiche è la Campania, zona “gialla” secondo l’ordinanza del ministro della Salute Roberto Speranza ma che oggi per esempio registra 4.500 nuovi casi.

«D’altro canto questa è una sorta di partita a scacchi in cui ci si muove con l’idea di contrastare un fenomeno in larga parte prevedibile ma che in certa parte non lo è. Il movimento dei numeri in ambito regionale non è uniforme. Oggi rispetto a ieri c’è stato un incremento dell’8,4% di pazienti in Lombardia, del 7% in Piemonte, del 5% nel Lazio del 3% in Campania e Toscana. Non è aumentato il numero di pazienti in terapia intensiva in Emilia Romagna (177, numero stabile da ieri), che è la sesta regione in ordine di incremento numerico di nuovi casi. La partita è quindi variabile anche in termini di movimento clinico nelle diverse regioni. Non è una gestione semplice né uniforme, ed è del tutto comprensibile che ci sia una gradazione delle norme restrittive nelle diverse aree che implicano un rischio diverso di affollamento delle rianimazioni. Chi governa cerca di mantenere sotto controllo i fenomeni diffusivi».

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