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Coronavirus, i numeri in chiaro. Sebastiani: «Siamo tornati a non sapere nulla di questa infezione»

Per il matematico aver perso il controllo dei contatti con i positivi comporterà, alla lunga, una sottostima del danno
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In Italia sono oltre 26mila i nuovi casi di contagio da Coronavirus. Secondo i dati diffusi nell’ultimo bollettino della Protezione Civile e del Ministero della Salute in 24 ore sono stati registrati 26.831 nuovi casi di positività al virus, +1.840 rispetto a ieri. Sono numeri che arrivano a fronte di 201.452 tamponi (+2.500). Le persone decedute salgono a +217 (ieri erano +205). I ricoverati con sintomi raggiungono quota 15.964 (+983). Aumentano anche i ricoveri in terapia intensiva: +115, per un totale di 1.651 pazienti. In una situazione per nulla incoraggiante, come spiega il matematico Giovanni Sebastiani: «Stiamo assistendo a qualche cambiamento in positivo, ma è bene rimanere coi piedi per terra».

Professore, quali sono le novità davanti un bollettino con numeri così alti?

«Quanto c’è di nuovo è stato osservato negli ultimi 4-5 giorni e riguarda la percentuale di casi testati sui casi positivi e il tempo di raddoppio per l’incremento dei nuovi contagi. Negli ultimi giorni il tempo di raddoppio si sta allungando, di poco: parliamo di una cosa minima però è reale ed è coerente, con i tempi, con le misure introdotte con il Dpcm del 13 ottobre. Gli effetti si sono visti in 12 giorni, prima i miglioramenti si iniziavano a vedere dopo 14».

E sulla percentuale dei casi positivi sul totale dei casi testati?

«Quel dato rimane stabile al 21% da tre giorni. Ieri c’è stato un rialzo fisiologico, ma non così alto. Bisogna dire che è ancora presto per vedere miglioramenti nelle terapie intensive o nei reparti con i ricoverati con sintomi. Dovesse cambiare qualcosa, ci vorrebbe ancora una settimana».

Quali sono le criticità attuali, oltre a quelle che già conosciamo, come il rischio di saturazione delle terapie intensive?

«Uno dei problemi sono i test rapidi. Intendo dire che per il campionamento statistico, ad ora, si tengono in conto solo i risultati di chi viene sottoposto al tampone e non al test rapido. Di questi ultimi soggetti non abbiamo una memoria storica, e questo va in qualche modo a falsare il conteggio. E poi non andiamo più appresso ai contatti. Non è più una novità che l’attività di tracciamento sia in tilt».

Questo alla lunga cosa comporterà?

«Una sottostima del danno e quindi del reale numero di positivi sul territorio. Pensiamo solo agli asintomatici: non li vediamo ma intanto loro diffondono il virus».

Siamo davvero fuori controllo?

«Siamo di nuovo ai livelli di marzo, quando non conoscevamo nulla di questa infezione e non sapevamo come contenere il problema a causa della scarsa conoscenza. L’unica cosa è agire sulla prevenzione».

Qualche giorno fa lei si è scagliato contro alcuni virologi e contro il premier Conte per il loro modo di comunicare l’epidemia.

«La comunicazione è fondamentale. Le affermazioni fatte da persone che hanno una grande visibilità mediatica andrebbero sempre supportate da dati. Questi ultimi dovrebbero però essere certi. Devo dire che non è sempre così. L’ultimo esempio è di domenica scorsa quando durante un programma della Rai in una fascia di grande ascolto, un politico ha affermato che esiste una costante universale, proprio come quella di gravitazione, il cui valore è uguale a 0,06% che fornisce la mortalità di un qualsiasi stato.

In questo modo ha lasciato intendere che le diverse scelte per contenere la pandemia portassero più o meno allo stesso risultato, almeno in termini di mortalità. Bene, voglio dire a chi ha seguito quel programma che questo non è vero. La mortalità negli Stati Uniti oggi è 0,070%, mentre quella nel confinante Canada è 0,026%, cioè meno di due volte e mezza in meno».

Anche Conte continua a sbagliare su questo fronte?

«Faccio solo un esempio. La scorsa settimana ha dichiarato: “Non ci sarà un altro lockdown“. Poi ha ritrattato: “Dobbiamo agire per scongiurare un altro lockdown“. E ora, invece: “È inevitabile”».

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