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Coronavirus, il nuovo lockdown non somiglia a quello vecchio. La serrata a metà da Milano alla Calabria

Dai bar aperti alle strade animate, le differenze tra le due chiusure ci sono e si vedono. Intanto i commercianti raccolgono i primi frutti dell’asporto
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Le nuove misure anti Covid decise dal governo hanno trascinato il Paese in un semi – déjà-vu. Un incubo vissuto di nuovo ma con meno forze. Una cartina dell’Italia ora divisa in colori che vede nelle zone definite “rosse” la misura più stringente di tutte. È tornato il lockdown, la seconda chiusura da inizio pandemia che per Lombardia, Piemonte, Calabria e Valle d’Aosta rappresenta l’espressione attuale più dura della lotta al virus. Nonostante lo scenario già conosciuto, in queste prime ore di entrata in vigore, il secondo lockdown ha cominciato a delinearsi con differenze piuttosto evidenti rispetto al primo.

Le differenze

  • Validità territoriale. La differenza più forte tra l’attuale chiusura e quella di marzo sta nell’estensione del provvedimento. La prima ondata aveva provocato un lockdown completo su tutto il territorio nazionale. Il nuovo Dpcm del 4 novembre ha invece diviso l’Italia in tre aree differenti di rischio, riconoscendo nella zona rossa i parametri di monitoraggio più bisognosi di interventi drastici. Come suddetto, Lombardia, Piemonte, Calabria e Valle d’Aosta sono, almeno per ora, le Regioni interessate alla seconda fase di stop generalizzato.
  • Colazione al bar e cena da asporto. Impensabile durante il primo lockdown poter scendere al bar sotto casa e ordinare una colazione. Pur con il divieto di consumazione al tavolo e al bancone, la chiusura attualmente in atto invece permette ai bar di preparare colazioni e affini da asporto. È così che davanti ai bar di Milano e Torino, ad esempio, stazionano file distanziate di persone in attesa della loro colazione da consumare a casa o all’aperto. Magari seduti sulle panchine del parco cittadino, ora sempre piene. Stesso discorso per pranzi e cene da ordinare al ristorante.
  • Piega dal parrucchiere, poi da fioraio e profumeria. Gli esercizi commerciali a cui è consentito attualmente rimanere aperti sono più numerosi rispetto alla chiusura di primavera scorsa. Parrucchieri, barbieri, fiorai, abbigliamento per articoli sportivi e biancheria, negozi di informatica e telecomunicazioni, concessionari di auto e moto, sono tra le attività che secondo il nuovo Dpcm possono continuare a tenere alzate le saracinesche. Insieme a quelle elencate anche ovviamente i supermercati, tabacchi, farmacie e ottici, rimasti aperti anche durante la chiusura di marzo.
  • Industrie. Una delle differenze più evidenti è quella riguardante le misure del settore industriale. Il primo lockdown aveva sancito la chiusura completa di fabbriche e industrie. Ad oggi le attività suddette possono continuare, con le dovute modulazioni di smart working e distanziamento.
  • A scuola. Aule completamente chiuse durante la primavera per tutti i gradi della scuola dell’obbligo, senza eccezioni alcune. Un 100% di didattica a distanza dunque che vede invece nelle misure attuali uno scenario diverso. Per Lombardia, Calabria, Piemonte e Valle d’Aosta si prevede il mantenimento della scuola in presenza per asili, primarie e prima media.

Una chiusura a metà

La valutazione più immediata che si riesce a fare buttando l’occhio sulle differenze generali delle due chiusure è che in fondo questo déjà-vu sia effettivo soltanto in parte. Quello del secondo lockdown costituisce senza dubbi uno scenario di più ampio respiro. Le possibilità di fare cose e recarsi in posti è maggiore, e con essa anche una buona dose di confusione nella comprensione di chi sia effettivamente autorizzato ad uscire di casa e chi no. «Guardando in strada non sembra affatto un lockdown come lo abbiamo vissuto mesi fa» commenta Piero, da 30 anni proprietario di un bar in Corso Buenos Aires a Milano.

E in effetti le strade del capoluogo lombardo la dicono lunga. Genitori che accompagnano i figli a scuola, file davanti ai bar, frequenti via vai di auto, sono lo scenario di un confinamento che sembra non sapere più di tanto di chiusura vera e propria. Tra le motivazioni plausibili non solo misure più leggere ma anche una maggiore consapevolezza. «Le persone sono forse meno spaventate e più consapevoli di quello che vuol dire essere in lockdown», continua Pietro, «la vita non può fermarsi come si è fermata a marzo».

Le impennate degli asporti e le idee «di chi lotta»

A confermare il clima dinamico che si respira in giro, anche l’unica Regione del Sud attualmente considerata più a rischio. Francesco Donato è il proprietario delle pizzerie Lievito e Malto Gradimento di Reggio Calabria. Insieme ai suoi due giovani soci, Domenico e Rocco, durante il primo lockdown ha messo in piedi un’app di delivery tuttora in funzione. Il peso di una seconda ondata però si è fatto sentire soprattutto per i dipendenti della sala. Da camerieri sono stati trasformati in fattorini affinché fosse scongiurata l’ipotesi del licenziamento.

Con 30 dipendenti all’attivo più cinque ragazzi dedicati al trasporto, Donato racconta di aver abbandonato i colossi del delivery a cui si era affidato durante la prima ondata, evitando di di dover rimandare a casa i suoi giovani collaboratori. «Ad oggi l’app funziona e stiamo facendo di tutto per resistere in una situazione di grande difficoltà» racconta, dicendoci di aver raccolto già un primo dato sulle tendenze di acquisto. «Con la possibilità di ritirare il cibo direttamente presso il locale, le persone preferiscono l’asporto perché in fondo è una buona motivazione per uscire di casa».

La prenotazione viene fatta sull’app per slot di orari in modo da evitare particolari assembramenti al momento del ritiro. A raccontare un’impennata degli asporti anche Giuseppe Marzovilla, 35 anni, proprietario a Mola di Bari del cocktail bar “Parla piano”. Confinato in una Regione stavolta a fascia arancione come la Puglia, Giuseppe spiega quanto sia difficile dover affrontare «tutto questo per la seconda volta». Il peso sui conti comincia a sentirsi e la rabbia cresce quando il giovane pensa «a tutta la fatica fatta durante l’estate per far rispettare in maniera rigorosissima tutte le norme. E ora, nonostante l’impegno nella lotta al virus e le forze personali utilizzate, ci ritroviamo allo stesso punto».

Anche per Giuseppe la voglia di reinventarsi ha fatto sì che agli inizi della pandemia creasse un particolare servizio delivery che associa i cocktail ai nomi di farmaci e medicinali spesso sentiti negli ultimi mesi. «Un modo ironico per reagire a quello che ci sta capitando, sapendo che senza l’arrivo di sostegni reali dal governo non si riuscirà ad andare avanti più di tanto».

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