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Coronavirus, la pandemia blocca le adozioni. Le famiglie che sfidano le frontiere in macchina per tornare a casa

La pandemia tiene bloccate più di 40 famiglie fuori dall’Italia. Alcune di loro provano a fare rientro attraversando il confine via terra
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Nyíregyháza dista circa 230 chilometri da Budapest. In linea d’aria, per chi abita lì è molto più facile arrivare in Ucraina o in Romania che fare una gita alle terme della capitale. Adelina e Francesco sono arrivati in città il primo marzo per stare un po’ insieme a quel bambino che a breve sarà ufficialmente il loro secondo figlio. Sono arrivati in aereo, prima che la pandemia da Coronavirus provocasse la chiusura di tutti gli aeroporti italiani. «Sembra che questo viaggio di ritorno ci costerà più del previsto», dice lei. «Nyíregyháza-Roma sono 1.400 chilometri in macchina…».

Adelina e Francesco sono l’ultima coppia entrata in Ungheria per le adozioni. A causa della rapida diffusione del Covid-19, i servizi sociali si sono bloccati e molte famiglie si sono trovate confinate all’estero senza sapere come fare ritorno in Italia. L’11 marzo, in più, il presidente ungherese Viktor Orbán ha dichiarato lo stato di emergenza, e, da quel momento, il Paese ha fermato qualsiasi percorso di adozione internazionale.

Maria Virgillito, presidente di A.S.A. Onlus e una delle responsabili di Adozioni 3.0, ha spiegato che – geografia permettendo – qualcuno sta provando ad attraversare il confine via terra affittando un’automobile. Senza corridoi umanitari definiti ad hoc, quella di superare la frontiera in macchina in qualità di residenti in un altro Paese dell’Ue è a oggi l’unica chance che hanno 43 nuclei familiari di rientrare in Italia(*).

EPA, Gyorgy Varga | Le autorità ungheresi controllano la temperatura a un autista al confine con la Slovenia. 17 marzo 2020

«Alcuni di loro hanno dovuto rimandare l’incontro con i bambini, allungando di chissà quanto il percorso per l’adozione», spiega Virgillito. «Ma la vera emergenza ora sono le famiglie che non possono rientrare». Proprio in quelle ore un’altra famiglia sta tentando di attraversare il confine dalla Slovenia in macchina per arrivare a Messina. «Una settimana fa una famiglia ce l’ha fatta ad arrivare a Catania», dice. «Ma sappiamo tutti quello che sta succedendo ora sullo stretto. Speriamo che le cose vadano per il meglio».

«Quando siamo arrivati non abbiamo avuto problemi», racconta Adelina. In aeroporto le autorità hanno controllato la sua temperatura, quella di suo marito e quella del loro primo figlio di undici anni. Poi li hanno lasciati passare. In Ungheria non c’è stato un vero e proprio picco di contagi (196 casi e 4 vittime secondo la Johns Hopkins University), e, nonostante la dichiarazione dello stato d’emergenza, le misure sono ancora meno restrittive delle nostre. «In giro però non c’è nessuno», dice Adelina. «Quindi cogliamo l’occasione per portare ogni giorno i due fratelli a giocare in un campetto da calcio poco lontano dall’abitazione. È l’unico modo che hanno per socializzare fuori dalle mura domestiche».

Stando ai dati più recenti riportati sul sito della Commissione per le adozioni internazionali, la Regione italiana da cui partono più richieste è la Lombardia (12,7% del totale). Ma le cose, spiega Virgillito, erano difficili già prima che quella zona d’Italia diventasse l’Hubei d’Europa. Nel 2019 le adozioni sono state in totale meno di mille e ora le previsioni per il prossimo futuro sono più che incerte: «Da qualche anno – racconta – abbiamo un calo nel numero delle adozioni abbastanza consistente. Il coronavirus ha provocato un ulteriore freno che chissà per quanto durerà».

Ansa, Christian Bruna | Le autorità ungheresi al confine con l’Austria aprono il passaggio ai cittadini che tornano a casa. 18 marzo 2020

In una lettera del 5 marzo, la vicepresidente della Commissione Laura Laera ha spiegato che alcuni Paesi da cui provengono bambini adottivi stanno tentando di arginare i contagi scegliendo mirate misure restrittive – come vietare l’uscita verso l’Italia dei loro bambini. «Noi come Asa stiamo seguendo una coppia a Haiti che non sa come fare ritorno», dice Virgillito. «La situazione è temporanea ma la sofferenza è ugualmente tanta».

(*) Alle 3.30 del 26 marzo la coppia di cui parlava la presidente Virgillito è arrivata a casa. Il numero di famiglie è bloccate all’estero è ora di 42.

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