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Il prof in terapia intensiva: «Ho 33 anni e senza altre patologie sono qui col casco: ditelo ai negazionisti, il virus colpisce tutti» – Il video

Febbre a 40, tosse continua, crampi, nausea, mancanza di gusto e olfatto. Dai sintomi al ricovero in ospedale fino alla subintensiva. Per sei giorni dentro il casco CPAP, poi la liberazione: «È stato come tornare alla vita», racconta Pierpaolo che lancia un messaggio forte e chiaro ai sostenitori del “non ce n’è Covid”
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«Ho 33 anni e non ho alcuna patologia particolare. Fino a meno di due settimane fa la mia era una vita tranquilla. Fino a due settimane fa ero regolarmente attivo con la didattica a distanza (quanto mi mancano i miei alunni!), dopo aver ottenuto con le unghie e con i denti la mia cattedra. Fino a meno di due settimane fa ero regolarmente in onda in radio. Il Covid esiste e fa male». Lui è Pierpaolo Fasano, docente e speaker radiofonico, che dal 19 novembre si trova in ospedale, dopo aver contratto il Covid. Un incubo e le foto e i video lo descrivono bene. Prima la maschera per l’ossigeno, poi il casco CPAP.

I primi sintomi, poi il ricovero

Pierpaolo è un uomo sano che, all’improvviso, si è trovato nel pieno di questa tempesta. Tutto è cominciato il 17 novembre: febbre alta fino a 40 gradi «come se fossi un forno», tosse continua, crampi allo stomaco, nausea, spossatezza, stanchezza, mancanza di gusto e olfatto. Tutti sintomi riconducibili al Covid. Un virus« subdolo e cattivo, non solo per le conseguenze fisiche, ma anche per quelle psicologiche. Vivi nella perenne paura di averlo potuto trasmettere anche ad altri e non riusciresti mai a perdonartelo». Il Covid-19 «esiste e fa molto male», continua a scrivere Pierpaolo, rivolgendosi ai negazionisti, a quelli del “non ce n’è Covid”.

«Un medico e un’infermiera mi hanno salvato la vita»

Il 19 novembre, infatti, la situazione precipita e Pierpaolo finisce all’ospedale Loreto Mare di Napoli alle 3 di notte. Ore difficili che, con forza, è riuscito a superare. Il giorno dopo il passaggio alla subintensiva: «Un medico e un’infermiera mi hanno salvato la vita», racconta. Poi passa 48 ore «sigillato in questo tubo di plastica che emette suoni elevatissimi». «Sembro un gommista che gonfia pneumatici nel pieno di forti ondate di vento…», ironizza. Davanti a lui c’è il corridoio delle intensive: «Ho visto già due persone lasciarci come se fosse normale così. Impacchettati e caricati su un furgone». Dopo sei giorni la svolta, l’addio al casco CPAP: «È stato come tornare alla vita».

«Alzarmi dal letto è stata una conquista»

Da ieri pomeriggio ha lasciato la subintensiva ed è tornato in reparto: «È stato strano, per certi versi frustrante, dover constatare come il corpo si fosse praticamente disabituato alla motricità. Ho fatto enorme fatica a rimettermi in piedi e le gambe non mi reggevano. Ho dovuto fare vari tentativi prima di riuscirci. Riuscire ad alzarmi dal letto per andare in bagno da solo è stata una conquista. L’ho fatto già varie volte. Certo, bisogna fare i conti con i respiri contati ed occorre calibrare bene i passi e gli sforzi altrimenti rischi di piombare a terra. È come se il corpo fosse una fragile impalcatura pronta sempre a vacillare», racconta.

A fargli forza i suoi ragazzi, i suoi alunni: «Non ci sono parole per descrivere quanto ci faccia male saperla in una sala d’ospedale, a combattere, soffrire e veder andar via tanti altri che come lei provano a vincere questo dannato virus […] Da parte di tutti quei ragazzi chiassosi e affamati di vita almeno quanto lei  con cui combatte ogni giorno. Da parte di tutti gli alunni del Pisacane».

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