Categorie
Coronavirus Politica

Berlusconi: «La giustizia?  La sinistra se ne accorge solo ora. Io sto meglio ma sono  i giudici la mia malattia»

Il leader di Forza Italia: io mi sento meglio, ma sono i giudici la mia vera malattia. Sullo sfondo, la presa d’atto collettiva della politica decisa a riformare un «ordine» che si è indebitamente trasformato in «potere» …

Prima legge che il grillino Di Maio chiede scusa per «l’uso della gogna come strumento di campagna elettorale». Poi legge che il democratico Bettini abbraccia i referendum sulla giustizia, sposando il quesito sulla separazione delle carriere dei magistrati. E allora si inalbera: «Se ne sono resi conto solo ora a sinistra?». Perché quelle erano (e restano) le sue parole d’ordine, per più di vent’anni infatti Berlusconi le ha usate come cavalli di battaglia politici, mentre i suoi legali si attardavano sui cavilli giuridici. Perciò non poteva restare indifferente davanti a un cambio di linea che gli appare per metà epocale e per metà strumentale, siccome è avvenuto alla fine di un’era in cui il suo scontro con le «toghe rosse» è stato parte del duello con «i rossi».

«36 processi e 3 mila udienze»

Il mondo cambia, ma la giustizia resta il chiodo fisso del Cavaliere. Certo, nelle discussioni che affronta c’è spazio per le sorti del partito, per le memorie di governo, per i sogni quirinalizi, ma a quanti in queste settimane lo chiamano per sapere come sta, lui risponde ogni volta: «Sto meglio, grazie. Sono i giudici la mia malattia». Così torna sempre sul luogo del diritto, da dove in realtà non si è mai spostato. D’altronde, dopo «36 processi e oltre 3.000 udienze» (il dato è in costante aggiornamento) e dopo aver speso «770 milioni in avvocati» (il fixing è del 2018), ormai gli viene d’istinto. Era ovvio quindi che Berlusconi reagisse. E se non pensava potesse accadere, non immaginava potesse continuare. Invece il segretario del Pd — pochi giorni dopo — è andato in tv per presentare le sue proposte sulla giustizia, per spiegare che «noi siamo per garantire l’indipendenza della magistratura, ma l’autogoverno totale non c’entra nulla con l’indipendenza. E quello che oggi non funziona è proprio l’autogoverno totale». Se solo il Cavaliere pensasse di esprimere pubblicamente questi stessi concetti, l’avvocato Ghedini glielo impedirebbe. Allora si deve accontentare di ascoltarli da Enrico Letta, secondo il quale sarebbe opportuno «togliere alcuni poteri di autogoverno ai magistrati — che oggi si gestiscono tra loro — e istituire un’alta corte fuori dal Csm per amministrare la parte disciplinare».

Gli scandali

D’un tratto sulla giustizia il Cavaliere ritiene che (quasi) tutti parlino la stessa lingua: «La mia». A parte il fatto che anche Berlusconi ha smentito sé stesso, se è vero che a Napoli il centrodestra appoggia a candidato sindaco un magistrato che ha lavorato fino a ieri nella Procura cittadina. In ogni caso la svolta è figlia di una presa d’atto collettiva della politica, decisa a riformare un «ordine» che si è indebitamente trasformato in «potere» e che per di più è minato dagli scandali. È un convincimento che si spande a macchia d’olio nelle istituzioni. E oltre che nel Palazzo, il leader di Forza Italia vede montare lo stesso sentimento nel Paese, siccome i suoi amatissimi sondaggi gli segnalano come la fiducia verso le toghe sia crollata al 30% con trend discendente. Sono lontani gli anni in cui la magistratura era accreditata appena sotto la Chiesa, il Colle e l’Arma, mentre oggi è ritratta come «una casta» appena sopra l’opinione sui partiti.

Il ruolo del Pnrr

Chissà qual è il vero motivo che ha prodotto la rottura del tabù. Sarà perché l’Europa chiede all’Italia di riformare la giustizia se vuole i fondi del Pnrr. Sarà per il governo di larghe intese e per il nuovo clima che ha prodotto. Sarà che «va colto questo formidabile allineamento per fare ciò che non si è riusciti a fare negli ultimi trent’anni», come ha sottolineato Letta dopo aver incontrato l’altro ieri la Guardasigilli Cartabia. Di certo, per usare le parole del sottosegretario alla Giustizia Sisto, «è iniziato un percorso catartico che porta tutti i partiti a convergere lentamente ma progressivamente sui principi costituzionali».

Dal tempo di D’Alema

È dal 1997, dalla stagione della Bicamerale di D’Alema, che destra e sinistra hanno smesso di provarci. E visto che di solito una riforma tira l’altra, un accordo sulla modifica degli assetti giudiziari potrebbe tirarsi appresso un’intesa su altre revisioni del sistema. Almeno è quello che evocano nel centrosinistra e che nel centrodestra lasciano filtrare. C’è la legge elettorale in cima agli interessi dei partiti, e a far da condimento un nuovo regolamento parlamentare per stabilizzare i futuri governi. «La proporzionale, con un piccolo premio di maggioranza, potrebbe essere il punto d’arrivo di una trattativa che segue quello sulla giustizia», sussurra infatti un esponente del Pd: «Solo che Berlusconi ce la farà sudare». Per faticare meno, dirigenti della segreteria dem sono all’opera con la Lega. Alle grandi manovre sembrano mancare i grillini, additati come l’ala giustizialista del Parlamento e considerati refrattari alla riforma delle toghe. Ma a scardinare i luoghi comuni, oltre al Di Maio pubblico, ci pensa un Conte privato. Qualche settimana fa l’ex premier ha confidato la sua lettura della storia politico-giudiziaria del Paese: «Il tramonto della Prima Repubblica fu una traumatica caccia alle streghe». A parlare era l’avvocato o il leader in pectore del Movimento? Perché la proporzionale val bene un accordo (anche) sulla giustizia.

10 giugno 2021 (modifica il 10 giugno 2021 | 07:09)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Sorgente articoli: Vai

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *