Categorie
Coronavirus Milano - Cronaca

Bisio: «Gli ultimi incontri con mia madre in guanti e mascherina. Ora sono tristi i posti vuoti a teatro, ma abbiamo riscoperto pazienza e recite in cortile»

Il comico festeggia i quarant’anni di carriera e si racconta: il lockdown vissuto in prima persona e la visione della Milano che verrà, piste ciclabili comprese, con un occhio di riguardo allo spettacolo. «Mio figlio mi ha insegnato la forza del web» …

Quarant’anni di carriera tondi. Agosto 1980: Claudio Bisio porta a casa il primo cedolino Enpals (l’ente di previdenza dei lavoratori dello spettacolo) per uno show. Ovviamente a Milano. Estate 2020: una vita da artista a 360 gradi dopo, Claudio è in giro per l’Italia con uno dei rari spettacoli che reggono la scimitarra dei protocolli anti-Covid. Con l’amico Gigio Alberti sta infilando una serie di (impensabili, visti i tempi) sold-out con «Ma tu sei felice?». Un progetto passato da un libro (di Federico Baccomo) al web, poi dal web al palco. Il titolo è tutto un programma e la domanda è più che mai legittima.

Claudio, cosa vede e cosa si sente di diverso dal palco?
«Sullo spirito di adattamento noi italiani siamo unici. Da Regione a Regione vedo mondi diversi, comunque con lo stesso spirito. Questo racconto è nato in Rete durante il lockdown. Poi un’amica produttrice mi ha proposto di portarlo dal vivo. L’idea era quella di girare per chiostri o piccoli cortili. La cosa via via si è allargata. Forse aveva una concezione strana di piccolo cortile. Comunque la buona notizia è che si può fare teatro anche in queste condizioni».

Dobbiamo tutti imparare ad adattarci, appunto…
«La misurazione della febbre, le mascherine, sono una piccola fatica iniziale. Mi ha colpito il rispetto e l’ordine della gente. Un po’ come è successo da subito nei supermercati. Durante il lockdown vedevo file chilometriche che mi ricordavano certe code davanti a teatri di Londra. Ai tempi mi chiedevo se l’Italia sarebbe stata pronta ad avere tanta pazienza».

Qual è la cosa più triste per un attore oggi?
«Le sedie vuote davanti. Che in un teatro sono sempre state sinonimo di fallimento. Invece ora il posto o la fila alternata sono una necessità. Il teatro comico ha bisogno dell’empatia, senza una certa vicinanza la risata non scaturisce. Quando si dice “la risata è contagiosa”. Anche la Scala ha riaperto con le sedie vuote. Fa effetto perché la Scala è un simbolo, di Milano ma non solo, eppure in questo momento penso soprattutto al bisogno di far tornare la gente nei piccoli teatri, quelli di provincia, che sono un riferimento per chi ci vive intorno».

Questo spettacolo è anche un po’ lettura, è stato web-series ora tour teatrale. Quanto questo settore oggi ha bisogno di contaminarsi per sopravvivere?
«Credo sia necessario. Come sempre importante resta avere la ciccia, la forma può cambiare con le occasioni. È giusto reinventarsi, ma se si ha qualcosa da dire».

La preoccupano gli scenari?
«Per l’autunno i teatri si sono un po’ arrangiati, la stagione è quasi considerata buttata via. Monologhi o poco di più. Sento la fiducia di fondo tra i colleghi per il 2021. C’è un fatto economico decisivo dietro: è giusto che il teatro sia aiutato da finanziamenti pubblici, ma più di tutto serve il sostegno del pubblico».

Questo lavoro è nato in quarantena. In quelle settimane c’è stato anche il momento duro della morte di sua mamma. Si arrabbiò molto con la gestione della sanità in Lombardia?
«Il problema resta a monte, l’aver fatto decadere il ruolo dei medici di base. Un peccato originale. Non vale solo per la nostra Regione, ma per tutta l’Italia. Spero che questa sia la lezione necessaria per arrivare a invertire la rotta. Mia mamma aveva 91 anni, già non stava bene prima di tutto questo. La cosa triste era andarla a trovare a casa con mascherina e guanti di lattice. Non capiva perché non la potessi abbracciare».

Nella città frenetica che corre sempre ha scoperto una Milano diversa?
«Non ho vissuto così male quei mesi. Anche personalmente ero reduce da anni di corsa. Stavo girando proprio qui una serie tv per Amazon, “Tutta colpa di Freud”. Avevo una vita schedulata. Superata l’ansia iniziale trovi la forza di affrontare una sfiga collettiva. Impari a prendere con filosofia i ritmi. Sul balconcino di casa mi sono pure abbronzato. L’aria pulita, nel silenzio sentivo uccelli che non avevo mai sentito. Il vicino di casa con la testa meno bassa, eravamo tutti più umani».

Così è nato anche il suo spettacolo con Gigio…
«Grazie soprattutto all’aiuto di mio figlio, che frequenta la Nuova accademia di Belle arti (Naba), e che conosce bene ogni tecnologia. È stato il primo lavoro che abbiamo fatto insieme. Ora bisogna credere nel digitale che ci ha aiutato a fare tutto fino a maggio. E lo dico da over 60. Mai avrei potuto credere che riuscissimo a fare la reunion di Zelig grazie al Web. Ero da solo nel localino di viale Monza, con la mia mascherina e ho interagito con tutti. Gente che non vedevo da anni, le vite ci avevano portato altrove. Pensavo di non essere capace, di non poter fare a meno del contatto della gente. Ora il digitale è una sponda necessaria, facciamoci aiutare dai nostri figli. Il resto tornerà».

Lei è stato uno dei volti della trilogia di film di Gabriele Salvatores sulla fuga e sul viaggio. Cosa significa un’estate così per i suoi figli ventenni?
«Uno doveva andare in Grecia, solite cose. Vista la situazione ha virato e ha fatto una cosa che gli invidio perché avrei voluto fare da sempre. Ama la bici: con quattro amici hanno girato mezza Italia in quindici giorni. Due sui pedali e due in macchina, a turno. È passato da Marzabotto, dai colli bolognesi. Ieri mi ha detto: “Papà non hai idea come è bella l’Italia’».

È il momento della bicicletta: Milano è pronta per muoversi su due ruote?
«È il momento di fare piste ciclabili ovunque, ma non con due strisce per terra. Meno Suv e più bici è un concetto applicabile anche al mondo dello spettacolo. Lo dico ai miei colleghi. Dobbiamo ripartire da cose più sostenibili. Grande significa impianti acustici, casse enormi, ma il teatro in passato si è fatto anche senza microfono. Se ora non puoi fare Campovolo o San Siro, puoi fare trenta date più piccole. Altri cachet, ma io ne sono davvero convinto: piccolo può essere davvero bello».

Che effetto le fa quest’estate senza grandi eventi live, con le discoteche chiuse…
«Ho ricordi stupendi dei grandi raduni di massa, dal palco, come delle piazze fatte in giro ai tempi di Zelig, ma anche da spettatore. C’erano tanti riti collettivi, tra birra e zanzare. Ma ci si adegua a tutto. Anche le partite di calcio a porte chiuse all’inizio mi sembravano lunari, poi alla fine ti affezioni anche all’eco e alla voce dell’allenatore: cose che fanno sembrare il campo un campetto della periferia. E finisce che ti piace pure».

30 agosto 2020 | 07:54

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Sorgente articoli: Vai

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *