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Calcio e demenza senile, studi sui colpi di testa: l’appello di Hurst. Dopo la malattia di Charlton nasce una task force

L’appello di Hurst: «Passavamo ore ad allenarci sui colpi di testa, serve più attenzione». L’assocalciatori finanzierà tre studi separati per esaminare la questione …

«Facevamo ore e ore di allenamenti per i colpi di testa. Al West Ham avevamo un pallone appeso al soffitto in palestra, e passavamo 45 minuti ad esercitarci. Serve più attenzione e più consapevolezza». È Geoff Hurst, uno degli eroi inglesi del Mondiale 1966, a lanciare un appello per intensificare studi e prevenzione sulla possibile correlazione tra ex calciatori, che nel corso della carriera colpiscono migliaia di volte la palla di testa, e le malattie neurodegenerative che sempre più si accaniscono su di loro.

Un problema d’attualità in Inghilterra, tanto che l’associazione dei calciatori professionisti del Regno Unito (Pfa) ha deciso di istituire una task force speciale per esaminare a fondo la questione. Una scelta legata anche alla crescente pressione sull’argomento dell’opinione pubblica. Sono 28 gli ex giocatori inglesi vittime di Alzheimer o demenza senile. L’ultimo in ordine di tempo, sir Bobby Charlton, ha fatto più rumore dei tanti altri, tra cui (solo nella Nazionale del 1966) Nobby Stiles, Stan Mortesen, John Charles, Peter Bonetti e Jack Charlton. Il Daily Mail lo aveva urlato «Quando è troppo è troppo», chiedendo più fondi per la ricerca, sostegno ai familiari per le cure agli ex calciatori, il riconoscimento delle patologie come malattie industriali e l’introduzione di un limite ai colpi di testa in allenamento a tutti i livelli, dai bambini ai professionisti, con un massimo di 20 per ogni sessione.

Da qui la decisione dell’Assocalciatori inglese, che già aveva commissionato al neuropatologo Willie Stewart uno studio sulla questione. Un’indagine che ha stabilito che gli ex calciatori hanno una probabilità da due a cinque volte maggiore rispetto alle altre persone di morire a causa di malattie degenerative al cervello. Ad esempio, il dottor Stewart sostiene che Jeff Astle, ex attaccante del West Bromwich, è morto con una condizione cerebrale che di norma appartiene ai pugili.

Insomma, una situazione non più sottovalutabile. Anche per le conseguenze che inevitabilmente porta alle famiglie coinvolte. Chris Sutton, il cui 76enne papà Mike (ex Norwich) ha la demenza, aveva così riassunto le difficoltà legate alla malattia: «Non si sta facendo abbastanza per i giocatori della generazione di Nobby Stiles, non vengono seguiti bene. — le sue parole a Bbc Radio —. Il problema non è solo per la persona malata, ma per tutta la famiglia». L’assocalciatori incrementerà il supporto agli ex calciatori e finanzierà tre studi separati per esaminare la correlazione tra malattie neurodegenerative e il calcio.

18 novembre 2020 (modifica il 19 novembre 2020 | 11:39)

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Sorgente articoli: Vai

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