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Coronavirus Cronache

Coronavirus a Milano, amici, coppie e barman per l’ultima happy hour: dove la vita inizia alle 18

La preoccupazione nei locali: è il colpo di grazia. Sospeso il rito milanese dell’apericena, torneranno il delivery e le pizze da asporto …

L’ultimo spritz e a nanna. Inizia la lunga quarantena della «gente della notte», quella che, per cantarla con Jovanotti, «sopravvive sempre, nascosta nei locali, confusa fra le ombre».
Insomma, sopravvive quasi sempre, puntuale all’ora dell’aperitivo e, magari, fino a quella del croissant, «perché la notte è più bello, si vive meglio, per chi fino alle 5 non conosce sbadiglio» raccomandava da giovane il cantante dj.
Da oggi il virus costringe i felici nottambuli a un nuovo letargo di almeno un mese, assieme ai loro disperati maestri di cerimonia: barman, camerieri, ristoratori, musicisti, venditori di rose, ritrattisti con la polaroid, perfino robusti buttafuori che, dal mese di maggio, hanno imparato a misurare amabilmente la temperatura degli avventori, come tate premurose.

L’Ultima (aperi)Cena di Milano si è celebrata ieri sera sotto un cielo minaccioso attorno a tavolini talvolta affollati quasi come l’affresco di Leonardo. Sotto gli sguardi tolleranti, ancora per poco, dei poliziotti di pattuglia.
Per il congedo da pizzette e taglieri, i discepoli dell’happy hour si sono riuniti in coppia e, più spesso, in comitiva fingendo che fosse una serata come le altre, un tranquillo arrivederci prima delle vacanze. Non lo è al «Jamaica», centenario locale di Brera, dove si asciugano malinconicamente i boccali di birra e le coppe dei cocktail ripetendo il monito che attraversa l’Italia da nord a sud, rivolto a Palazzo Chigi: «Questa è la mazzata finale. Il colpo di grazia. Da noi si comincia a lavorare davvero alle sei del pomeriggio e si va avanti fino alle due di notte. Non ci salveremo solamente con colazioni e pranzi».

Da «Shallo», nella vicina via Montebello, un minuscolo locale con quattro sgabelli sul marciapiede, si cerca di essere più ottimisti: «Per festeggiare l’ultimo servizio, birra alla spina a 4 euro per tutti» hanno promesso via Facebook. Non è una liquidazione prefallimentare, però: dall’indomani si spera di sopravvivere con le consegne a domicilio e il take away.
Ma per la maggioranza dei ristoratori e baristi di Milano, come di Roma, Pescara o Palermo, c’è il buio oltre la curva dei contagi, che sembra possa essere piegata soltanto da una vita rigorosamente diurna e morigerata, nutrita nottetempo di delivery-food e pizze da asporto.

Non la riconoscerebbe, questa Milano che, impensierita dal coprifuoco, si affretta verso casa, Marco Mignani, il creativo pubblicitario autore per l’Amaro Ramazzotti della campagna simbolo degli anni 80. Descriveva così la città più indaffarata e godereccia d’Italia: «Questa Milano da vivere, da sognare, da godere. Questa Milano da bere».
Se n’è andato nella primavera del 2008 quando la sua profezia sembrava essersi consolidata già da una decina d’anni, ogni sera fra le 18 e le 21, nei riforniti buffet di stuzzichini che aspettavano gli impiegati all’uscita degli uffici o gli studenti all’ora di chiusura delle biblioteche.
Mutuata dai pub anglosassoni, «l’ora felice» scollinava oltre quella di cena, rendendola superflua dopo un banchetto di focaccine, polpette e perfino risotto e pastasciutta al prezzo di una birra o di un long drink.

La Milano avveduta e lungimirante ha copiato la Spagna e trasformato il rito del calice di vino con tapas in un appuntamento sociale accessibile a quasi tutti. In una consuetudine. Il premio di fine giornata. Come Carosello prima di andare a dormire per i figli del baby boom.
Il coronavirus costringe a rivedere le abitudini. L’happy hour è anticipata alla merenda o al brunch, si scherza su Twitter. Comunque fino al 24 novembre si va a letto senza apericena: «Che esagerazione! Noi abbiamo rispettato le regole» protestano Morgana e Andrea sorseggiando, a giudiziosa distanza, il loro ultimo calice a una terrazza di corso Garibaldi.

26 ottobre 2020 (modifica il 26 ottobre 2020 | 09:30)

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