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Coronavirus, a Prato riparte la Chinatown d’Italia. Via (parziale) alle aziende tessili

Nella provincia con la più grande comunità cinese i contagi sono stati contenuti (e pochissimi tra i cittadini asiatici): grazie anche al lockdown volontario partito a febbraio …

La Chinatown d’Italia si rimette in moto: un’ordinanza della Regione Toscana autorizza da domani, lunedì, le aziende del polo tessile di Prato, controllato in stragrande maggioranza da imprenditori asiatici, a riprendere parzialmente l’attività : non la produzione vera e propria, ma la manutenzione e la messa a punto dei macchinari propedeutica anche in questo caso alla tanto sospirata «fase 2».Una notizia positiva che ne racchiude una seconda: la comunità cinese di Prato, tra le più grandi d’Europa, nonostante gli strettissimi rapporti con la regione all’origine della pandemia (2.500 furono le persone che rientrarono dall’Asia nei giorni in cui il virus dilagava ) ha reagito con grande autodisciplina. La provincia di Prato è stata così tra le meno investite da contagio e pochissimi sono stati i cinesi che hanno manifestato i sintomi della malattia.

L’ordinanza della Regione

L’ordinanza firmata dal governatore toscano Enrico Rossi riguardava inizialmente le aziende che lavorano «materiali di origine animale e vegetale» e che trattengono scarti a rischio deterioramento. Pensata per il distretto del pellame, è stata estesa anche al comparto tessile di Prato, su sollecitazione del sindaco del capoluogo Biffoni e della Confindustria locale. Il provvedimento consente come detto una prima, parziale ripresa dell’attività e riguarderà circa 2.000 aziende. Queste ultime dovranno rispettare a loro volta le misure di contenimento previste dai decreti del governo. « La decisione di consentire la manutenzione – dichiara il presidente Rossi – ha un duplice obiettivo: evitare che i tessuti di origine animale e naturale possano marcire ed evitare che gli scarti di lavorazione possano contaminare i luoghi produttivi».

I contagi a Prato

Indubbiamente sulla decisione ha influito anche l’andamento dei contagi nell’intera Toscana, meno penalizzata rispetto ad altre regioni: qui si sono contati fino a ieri (dati della protezione civile) 8.877 malati. La provincia di Prato, con appena 257.000 abitanti è tra le meno popolate ma ha la più alta densità della regione (705 persone per chilometro quadrato contro le 288 di Firenze o le 39 di Grosseto): nel suo territorio i casi sono stati 493, contro i 966 di Massa (che ha meno abitanti) , di Arezzo, di Pistoia. Eppure sulla «Chinatown d’Italia» si erano appuntate molte preoccupazioni a causa dei suoi strettissimi rapporti con la parte del mondo dove si era scatenata la pandemia.

Lockdown già a febbraio

Cosa è successo, dunque? Che ha Prato, ben prima che scattassero le misure del governo, la popolazione di origine asiatica, visto quello che stava succedendo a Wuhan, fin da febbraio si è autoimposta un lockdown molto rigido: stop a tutte le attività economiche, bambini tenuti a casa da scuola, limitazione di tutti i contatti sociali extrafamiliari. Il risultato è che i contagiati all’interno della comunità cinese (26.000 nell’intera provincia) si sono contati sulle dita di una mano nonostante molti di loro a gennaio erano rientrati dal paese di origine per le festività del Capodanno.

I dubbi sul 4 maggio dell’imprenditore

Lorenzo Wang, membro della direzione dei Giovani imprenditori cinesi in Europa, che ha sede a Prato, apprezza la decisione di Enrico Rossi. «E’ importante consentire la manutenzione dei macchinari e del materiale tessile che rischiano di deteriorarsi per non rendere ancora più pesante la perdita subita dalla nostre aziende . Purtroppo dopo aver registrato l’annullamento degli ordini per l’estate, adesso stanno arrivando anche quelli dell’autunno-inverno. La situazione è pesantissima anche se sono abbastanza ottimista sul futuro». Wang invece è perplesso su una possibile apertura della fabbriche il 4 maggio. «Credo che dovremmo aspettare un po’ di più – spiega – perché i rischi in Italia sono ancora alti. Non sono un virologo ma ho seguito da vicino l’evoluzione del Covid-19 in Cina e dunque consiglierei una maggiore prudenza».

26 aprile 2020 (modifica il 26 aprile 2020 | 17:28)

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