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Coronavirus, cosa andò storto a Wuhan: l’inchiesta del Financial Times su errori e omissioni della Cina

Segnalazioni di medici non ascoltate, ritardi negli annunci pubblici, e numeri che non tornano: i dubbi del quotidiano finanziario sulla gestione della pandemia di Xi Jinping …

Un lungo articolo del Financial Times, il primo di una serie sul coronavirus, indaga sulle responsabilità delle autorità cinesi nello scoppio e nella gestione della pandemia del Sars-cov-2, attraverso il racconto di diversi testimoni diretti che successivamente — scrive il quotidiano finanziario — sarebbero stati minacciati dalla polizia, «sollevando dubbi sulla volontà dell’amministrazione di Xi Jinping di facilitare l’indagine imparziale sulla pandemia che ha promesso al mondo».

Il quotidiano londinese racconta le falle e gli errori del governo cinese e del suo sistema «a doppio taglio», tanto farraginoso, gerarchico e poco trasparente nella trasmissione delle informazioni quanto efficace poi nel reagire limitando le libertà individuali per il bene della collettività: ipotesi non tutte nuove, ma più circostanziate. Una delle prime, velata, è quella di aver esitato troppo ad annunciare che il virus fosse trasmissibile da persona a persona, comunicazione datata 20 gennaio, quando i vertici della Sanità cinese ne discutevano da una settimana, e già emergevano casi a Bangkok e Tokyo: il conteggio di Wuhan fermo a qualche decina già non aveva più senso.

La mancanza di informazioni

C’è quella di non aver informato tempestivamente la popolazione cinese di quel che di grave stava succedendo in Hubei, in un momento in cui milioni di persone intorno al 25 gennaio si trovarono in famiglia per celebrare il capodanno cinese. Come accaduto a Zhong Hanneng, il cui figlio di 39 anni, Peng Yi, si sarebbe infettato a cena la sera del 20: «Nelle due settimane successive trovammo tutti gli ospedali di Wuhan già pieni, molti ci mandarono via». Il figlio morì il 19 febbraio. «Il governo sapeva da una fase iniziale quanto il virus fosse pericoloso ma non diede alcun avvertimento pubblico e scelse di coprire la verità. Questo è costato molte vite».

I controlli 3 giorni prima dell’annuncio sulla trasmissibilità

C’è il racconto del professor Wang Linfa, tra i più importanti esperti di malattie infettive nate tra pipistrelli, passato da Wuhan per caso a metà gennaio: arrivato il 14, girò da un ristorante all’altro, «tutti molto affollati», e solo quattro giorni dopo si accorse che qualcosa stava cambiando. Il 18 gennaio, al momento di imbarcarsi di nuovo per Singapore, ai posti di controllo «misuravano la temperatura a tutti, c’erano un sacco di telecamere, persone della sicurezza, staff medico con tutte le protezioni». Tre giorni prima che il governo ammette l’epidemia di un nuovo virus che era trasmissibile tra esseri umani.

I ritardi di gennaio e i dubbi dei medici

Ma i problemi cominciarono prima. Le autorità ora sono arrivate a tracciare il primo caso di coronavirus all’1 dicembre, ma non è detto che il paziente zero si trovi mai. Eppure il 29 dicembre, tre settimane prima che Xi Jinping ammettesse che in Cina quel nuovo virus si passava tra gli uomini, i medici dell’ospedale centrale di Wuhan avevano già capito che qualcosa non andava. Risale a quel pomeriggio la telefonata al dottor Yin Wei di un collega, che gli segnalava quattro pazienti con sintomi di una polmonite virale, tutti e quattro passati dal mercato del pesce locale. Secondo un report visionato dal Financial Times, il dottor Yin segnalò quel pomeriggio l’anomalia al responsabile sanitario distrettuale, Wang Wenyong. Il quale non fu sorpreso: aveva ricevuto indicazioni simili da altri ospedali, e disse che il Centro per la prevenzione delle malattie infettive (Cdc) di Wuhan non era stato in grado di determinare la causa di quelle infezioni. Nelle ore successive i malati nell’ospedale aumentarono. Vennero degli infettivologi del Cdc a prendere dei campioni, e dissero ai medici di aspettare.

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La confusione sulle segnalazioni

Ed è qui che si inceppa la macchina del partito cinese. Perché per diversi giorni – fino al 4 gennaio – i medici aspettarono indicazioni dall’alto, senza sapere con precisione se fossero autorizzati a compilare delle segnalazioni online che sarebbero finite sui tavoli delle autorità locali e nazionali superiori. Dal Cdc gli viene detto di aspettare le indicazioni del dipartimento di sanità. E la confusione su quali informazioni debbano o possano riportare a quale autorità cresce nelle due settimane successive: vengono invitati a «esercitare cautela» e «stare attenti» nelle segnalazioni. Intanto però i casi aumentano. Alla popolazione non viene detto nulla per settimane. Ma Pechino ha già mandato sul posto una delegazione del CDC nazionale, che è a Wuhan dal 31 dicembre.

I medici malati

Due giorni dopo che il governo ha comunicato che il virus si passa da uomo a uomo, all’ospedale di Wuhan ci sono già 56 casi tra lo staff medico. Tra questi c’è anche l’oftalmologo Li Wenliang, il medico 33enne che «aveva dato l’allarme» e sarà poi accusato dalle autorità di aver fatto circolare informazioni false: in realtà si sarebbe solo confrontato altro personale sanitario in una chat privata. Morirà a inizio febbraio, generando la rabbia di migliaia di cinesi, in particolare contro gli ufficiali locali e non nazionali.

In Cina solo 84 mila casi: possibile?

Il Financial Times conferma che i casi della Cina sarebbero molti di più di quelli riportati (appena 84 mila in totale), «ma non registrati perché quasi l’intera popolazione è stata costretta in casa molto presto, da fine gennaio a febbraio». Molti potrebbero essere morti a casa, senza un conteggio ufficiale. Oppure potrebbero aver interrotto la catena del virus con una forza che solo un sistema autoritario è stato in grado di implementare.

Eppure qualche numero sui voli fa sorgere dei dubbi: tra il 30 dicembre e il 22 gennaio più di 465 mila persone volarono da Wuhan ad altre mete cinesi, da Pechino alla destinazione turistica di Sanya, ma il governo non ha segnalato altri cluster potenti come quello di Wuhan. Nello stesso periodo molte meno persone hanno volato da Wuhan verso il resto del mondo, eppure la cosa ha provocato un cataclisma globale a cui stiamo ancora assistendo.

19 ottobre 2020 (modifica il 19 ottobre 2020 | 15:40)

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