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Coronavirus e mascherine, la verità di Arcuri: «Sui 50 cent critiche da ricchi. Attenti ai test inutili in clinica»

Il commissario straordinario per l’emergenza Covid: «Sulle protezioni è scattata una guerra commerciale, intanto gli speculatori vendono prodotti fuori regola». Oggi le producono 108 imprese italiane: «Copriamo il 15% del fabbisogno» …

Domenico Arcuri, 56 anni, calca il parquet di una delle sale operative della Protezione civile sotto il maxischermo con il conto di morti e guariti. L’orecchio incollato al telefono, a un certo punto il commissario del governo sull’emergenza sbotta: «Sono di Reggio Calabria e a Reggio non cambiamo idea facilmente!».

Commissario, quando ha accettato l’incarico si aspettava che sarebbe stata così dura?
«Pensavo che sarebbe stata durissima, e lo è. Quel che non immaginavo così forte è il sostegno del governo. Non mi sento né solo, né abbandonato. Le ragioni per cui è complessa hanno a che fare con l’organizzazione del nostro Stato e l’incontro-scontro fra l’emergenza e chi vi assiste dalle poltrone dei talk show».

Aveva detto un paio di domeniche fa che dal 2 maggio i cittadini avrebbero potuto acquistare le mascherine a 50 cent in 50 mila farmacie. Almeno fino all’accordo di ieri, non è successo. Farmacisti e produttori vi hanno accusato di volerli forzare a lavorare in perdita.
«Come fanno a rimetterci? Ho detto che se i distributori comprano a un prezzo maggiore di 0,38 gli viene ristorata la differenza. Semmai è capitato che non avevano le mascherine certificate che dicevano di avere. Ma partiamo dall’inizio. Al mio arrivo a metà marzo l’approvvigionamento era faticosissimo: noi arriviamo alla crisi senza un’industria nazionale del settore. Il luogo dove si fanno mascherine è la Cina. In più, abbiamo una montagna normativa di certificati, validazioni, burocrazie. A quel punto ci tuffiamo in una guerra commerciale devastante».

Con gli altri Paesi europei?
«Allora sì, ora non più solo europei. L’Italia lancia un incentivo in cinque giorni per promuovere la nascita di un’industria nazionale, infatti oggi 108 imprese si stanno riconvertendo o iniziando a produrre. In più, mi metto a cercare chi faccia macchine per produrre le mascherine. E iniziamo ad approvvigionarci. Lo conosce lei il viaggio della mascherina? Va fatta in Cina, poi messa in una white list per l’esportazione, quindi devi trovare un cargo per l’Italia, alla dogana c’è una prima verifica per la certificazione, poi l’Inail o l’Istituto di sanità devono dare altre certificazioni. Infine devi distribuirle. Ho messo in campo anche l’esercito. Intanto gli speculatori vendono alle edicole prodotti non in regola a prezzi assurdi o provano a offrirli al governo e alle regioni. E quando falliscono, trovano l’amico che dice in tivù che Arcuri è un delinquente, perché le mascherine non si trovano».

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L’hanno criticata perché con il prezzo bloccato a 50 cent rischia di uccidere la stessa industria nazionale che cerca di far nascere. Di certo ormai in piena fase 2 la produzione interna è poca cosa, non trova?
«Il costo di produzione è di 8 cent. L’Ima della famiglia Vacchi e la Fameccanica del gruppo Angelini si sono messe a produrre macchine per mascherine, lavorando sette giorni su sette. Fca e Luxottica ci danno gli stabilimenti per farle lavorare. Tutti rimborsati al prezzo di costo. Quelle 108 imprese stanno iniziando a entrare a regime: è un processo iniziato ai primi di aprile, ora siamo ai primi di maggio e la produzione nazionale copra circa il 10-15% del fabbisogno. Non è male. Entro fine settembre sarà al 100%. Nell’immediato darò altri 10 milioni di mascherine ai distributori delle farmacie dal nostro stock in modo che si trovino anche lì a 50 cent, non solo nei supermercati. Chi critica i 50 cent ha una doppia morale: per quelli che si indignano in diretta non è mai un problema trovare una mascherina a 5 euro. Per il figlio del loro portiere, sì».

Qual è il fabbisogno nazionale di mascherine oggi?
«Trenta, 40 milioni al giorno. Noi ne abbiamo distribuite 4 milioni al giorno in fase 1, 7 milioni ora. E ne abbiamo abbastanza in stock, più abbastanza ordini, per coprire il fabbisogno mentre aumenta la produzione interna. Il prossimo passo sarà l’accordo con i tabaccai, ma non ci servono più altri rifornimenti».

Il capitolato per la fornitura di test sierologici sulla presenza di anticorpi era così stringente che alla fine solo un’azienda soddisfaceva le condizioni, l’americana Abbott. E non tutti ritengono il suo test il più affidabile. Fatto sta che stiamo partendo solo adesso.
«Il ministero della Salute mi chiede il 15 aprile di lanciare la gara. Io chiedo al comitato tecnico-scientifico di darmi i criteri e due giorni dopo, il 17 aprile, bandisco la gara dando tempo fino al 23. Firmo l’aggiudicazione 9 giorni dopo aver aperto il bando. Se si sta partendo solo adesso con i test su un campione di popolazione, è perché abbiamo dovuto aspettare un decreto di governo che risolvesse i problemi di privacy. È arrivato il weekend scorso. Ma niente di tutto questo significa che la Abbott sarà fornitore esclusivo per l’Italia, di fatto già non lo è. Va anche detto che oggi non c’è al mondo un test sierologico sicuro al 100%».

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Il 15 aprile, dopo più di un mese di lockdown, non è tardi per iniziare a muoversi sui test sierologici?
«La velocità della ricerca è stata forsennata, la frontiera non era la stessa in marzo, non lo sarà in giugno. E il test è importante per la fase 2. Di certo non è una patente di immunità, serve a sapere come si è mosso il virus. A maggior ragione vanno evitare le gare fra fornitori al massimo ribasso, come fanno certe regioni, e vanno evitati i cosiddetti test rapidi. Le cliniche fanno pagare cittadini ignari per test che non servono a nulla».

Perché avete lanciato l’offerta per acquisto di reagenti per tamponi solo da due giorni?
«In Italia si sono già fatti 2,7 milioni di tamponi. Secondo i dati di Finddx.org, è il grande Paese al mondo che ha fatto più tamponi in rapporto alla popolazione: 4.422 per 100 mila abitanti, molto più di Germania, Francia, Gran Bretagna, Usa, Spagna. Il problema è che i reagenti oggi nel mondo sono diventati scarsissimi e noi abbiamo bisogno di altri 5 milioni di dosi. Al solito ci sono quelli cinesi, con interrogativi sulla qualità. Anche un’offerta d’acquisto congiunta europea non ha dato grandi frutti».

Per la app il bando è del 24 marzo, ma ancora non ci siamo…
«La app è stata sottoposta a complessa analisi sulla privacy. Oggi quella app è un alert, un dispositivo che avvisa. Fa un lavoro che ora si fa intervistando ogni contagiato. Il salto necessario è quando la app si collega al sistema sanitario nazionale. Ma lì ricadi nella querelle fra sicurezza e privacy».

La fase 2 inizia senza molti dei presidi che servirebbero. Cosa ha trovato più difficile, reperire all’estero i materiali necessari o orientarsi fra le stanze di Roma?
«Non ho bisogno del navigatore per orientarmi nel traffico romano. Faccio più fatica a leggere il cinese dei certificati veri o presunti delle mascherine. Ma vorrei dire che gli italiani, tutti, stanno reagendo bene all’emergenza. Eravamo il secondo Paese al mondo per contagi quando siamo entrati in lockdown, ora siamo il quinto. Intanto abbiamo mandato altri 4.403 apparati per la terapia intensiva e ora abbiamo meno di 900 ricoverati. Sono orgoglioso di servire il mio Paese e sicuro che i risultati della fase 1 si replicheranno nella fase 2».

13 maggio 2020 (modifica il 13 maggio 2020 | 23:00)

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