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Coronavirus e sci, la lezione di Ischgl, l’Ibiza delle Alpi dove si sono contagiati in migliaia

Durante la prima ondata è stato uno dei maggiori focolai. E ora è al centro di inchieste e class action. Un precedente che i governi europei non possono ignorare mentre decidono se riaprire gli impianti …

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Un’indagine ufficiale del governo di Vienna ha accertato infatti che tra febbraio e marzo furono commessi «errori madornali» nella risposta all’epidemia nell’intero Land del Tirolo, dove le autorità locali ritardarono le misure restrittive e tennero aperti gli impianti, nel tentativo di salvare quanto restava della stagione turistica, nonostante le prove del contagio fossero evidenti. A tutt’oggi è stato accertato che lo sciame infettivo partito da Ischgl si è propagato in ben 45 Paesi, compresa Islanda, Giappone e Singapore. Il governo austriaco è al momento oggetto di quattro cause civili da parte di un gruppo di difesa dei consumatori, mentre ben 6 mila persone in Austria, Germania, Regno Unito e Stati Uniti hanno già firmato per una potenziale class action che dovrebbe essere lanciata all’inizio del prossimo anno. Se avessero successo, i risarcimenti sarebbero nell’ordine di molti milioni di euro.

Quella di Ischgl è una storia che va raccontata. Tutto era iniziato il 29 febbraio scorso, quando un Boeing della Iceland Air proveniente da Monaco di Baviera atterrò a Reykjavik. A bordo erano in maggioranza turisti islandesi, giovani soprattutto, di ritorno da una settimana bianca in Tirolo, più precisamente a Ischgl. Sottoposti al test del Coronavirus, l’Islanda era già in modalità emergenza, molti di loro risultarono positivi. Immediatamente il governo islandese dichiarò il Tirolo area a rischio.

Bastarono pochi giorni per capire come quello islandese non fosse un caso isolato. Una dopo l’altro, notizie di persone contagiate dal Covid-19 dopo essere state in vacanza a Ischgl cominciarono a rimbalzare in tutto il Nord-Europa, da Amburgo alla Danimarca. Il 7 marzo le autorità norvegesi sottoposero al test un gruppo di turisti che erano stati in Austria nella seconda metà di febbraio. Il giorno dopo Oslo fece un annuncio inquietante: 491 dei 1198 infettati della Norvegia erano stati a sciare in Tirolo, la maggioranza a Ischgl.

Eppure, le autorità tirolesi per oltre una settimana negarono tutto con cinismo e arroganza: «Dal punto di vista medico – dichiarava il direttore sanitario del Land, Franz Katzgraber – non è verosimile che il Tirolo sia stato focolaio di infezione». La stagione sciistica doveva continuare. Nonostante l’allarme dei virologi, che da giorni mettevano in guardia da una catastrofe in fieri. Solo il 7 marzo, di fronte all’evidenza norvegese e al primo caso ufficiale di Coronavirus nel villaggio, ammisero la possibilità. Il contagiato era un tedesco di 36 anni che lavorava come barman al Kitzloch, la più celebre baita della movida locale. Passarono però ancora tre giorni, prima che il locale venisse chiuso. Quanto al resto del villaggio, business as usual: piste aperte, ski-lift operativi, alberghi in funzione. Fu necessario aspettare il 14 marzo perché da Vienna arrivasse l’appello a chiunque dal 28 febbraio si fosse trovato in Tirolo a mettersi in quarantena. Incredibile ma vero, per tutto il fine settimana di domenica 15 febbraio, gli impianti di Ischgl continuarono a funzionare. Ci furono scene di caos in quella domenica d’inverno, con centinaia di turisti stranieri che dopo l’annuncio della chiusura si accalcarono sui pochi bus a disposizione in partenza da Ischgl. Nessuno di loro venne sottoposto a test. Molti passarono la notte a Innsbruck, senza alcuna misura precauzionale di isolamento.

Quanto il paesino venne sigillato era troppo tardi: a Ischgl c’erano quasi 400 contagi, il doppio di quelli registrati in quel momento a Vienna, che ha 2 milioni di abitanti. E furono migliaia gli europei infettatisi direttamente nella valle alpina: la metà dei casi in Norvegia, un terzo di quelli in Danimarca, un sesto di quelli in Svezia. Incalcolabile è stato invece il numero di coloro che in tutta l’Europa e nel mondo sono stati contagiati da chi era stato a sciare nella valle tirolese e a far baldoria al Kitzloch. «Il terreno di coltura», ribattezzò Der Spiegel la cittadina. «L’avidità di denaro ha sconfitto la responsabilità per la salute delle persone e degli ospiti», fu il commento durissimo di Der Standard, il più autorevole quotidiano austriaco, secondo il quale il governo tirolese volle far cassa con la stagione.

Secondo l’avvocato viennese Peter Kolba, che ha lanciato via internet un’azione di raccolta tra tutti coloro che erano stati in vacanza a Ischgl o nei villaggi vicini a partire dal 5 febbraio, con l’obiettivo di trasformarla in una vera e proprio class action, ci sono grosse responsabilità delle autorità tirolesi: «C’è stata una scelta commerciale deliberata – accusa – c’era una pressione massiccia degli operatori turistici. La stagione doveva continuare. La lobby degli impianti ha grande influenza sulla politica». Che in questo caso significa la OeVp, il partito popolare che governa il Tirolo e che è anche il partito del cancelliere Kurz. All’evidenza, la lezione di Ischgl non è servita.

27 novembre 2020 (modifica il 27 novembre 2020 | 12:20)

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