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Coronavirus, i numeri (e i rischi veri) per i reparti di terapia intensiva: «Ma la nostra rete reggerà»

Lo dice la professoressa Flavia Petrini, presidente della società scientifica Siaarti. «Più che spostare i medici meglio pensare a una razionalizzazione dei percorsi» …

«La rete delle Terapie intensive reggerà. Abbiamo le competenze necessarie ad affrontare questa emergenza e stiamo attivamente collaborando con le istituzioni, dal ministero della Salute all’Istituto superiore di sanità e nelle singole regioni per aiutare a rimodulare la risposta nelle Rianimazioni». Non ha dubbi Flavia Petrini professore ordinario di Anestesia e Rianimazione dell’Università degli Studi G.d’Annunzio (Ud’A) di Chieti-Pescara e presidente della Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva (Siaarti), la più grande d’Italia con 9mila associati su un totale di specialist che varia dai 14 ai 15 mila secondo le stime. Senza nascondere, ovviamente , le difficoltà estreme che stanno vivendo i medici della specialità (e più in generale l’intero sistema sanitario) nelle Regioni più colpite dall’infezione da coronavirus. Da parte sua Alessandro Vergallo presidente dell’Associazione anestesisti e rianimatori ospedalieri (Aaroi-Emac) ribadisce che l’Italia all’epoca del coronavirus «paga lo scotto di una pessima programmazione sanitaria».

I numeri

Partiamo dai dati a disposizione. Come ha spiegato l’epidemiologo Pierluigi Lopalco, professore ordinario di Igiene dell’Università di Pisa, il coronavirus comporta un «20% di casi che richiedono ricovero ed un 5% di pazienti che necessitano della terapia intensiva». Secondo l’Annuario Statistico del Servizio Sanitario Nazionale, riferito al 2017 (il più recente) , i reparti direttamente collegati all’area dell’emergenza dispongono per il complesso degli istituti pubblici e privati accreditati di 5.090 posti letto di terapia intensiva (8,42 per 100.000 ab.), 1.129 posti letto di terapia intensiva neonatale (2,46 per 1.000 nati vivi), e 2.601 posti letto per unità coronarica (4,30 per 100.000 ab.). La situazione nelle tre regioni finora più «sotto attacco» da parte di Covid- 19 vede la Lombardia con circa 900 posti letto di terapia intensiva (tra pubblico e privato accreditato) , di cui 150 «dedicati» alla nuova emergenza (se ne stanno recuperando altri 200). In Veneto i letti sono 494, mentre in Emilia Romagna sono 436.

Rianimazioni italiane riconosciute a livello internazionale

Ma quanto è pronto il sistema delle nostre Rianimazioni ? «Siamo riconosciuti a livello internazionale sulla base della verifica di quali siano le competenze necessarie ad assistere i malati affetti da insufficienza multiorgano. La terapia intensiva polivalente è un luogo oggi considerato modulabile sull’intensità dell’assistenza che si eroga al paziente», dice la presidente di Siaarti. «Stiamo cercando di riorganizzare il servizio per rispondere ad afflussi di pazienti che siamo perfettamente abituati a sostenere ma che in questo momento ci complicano la vita perché vanno tenuti in isolamento. La congiunzione astrale migliore che si è verificata per i primi pazienti ricoverati in Terapia intensiva allo Spallanzani è quello di avere un ospedale abituato a far fronte a casi in isolamento infettivologico, in una terapia intensiva che aveva competenze , posti letto e un’organizzazione già adeguata e abituata a emergenze anestesiologiche ben più gravi. Adesso stiamo riorganizzando le idee e confrontandoci con le istituzioni perché , pur seguendo le indicazioni dell’organizzazione mondiale della sanità , la nostra Società è stata interpellata per poter aiutare anche quegli ospedali che si sono trovati con risorse umane esaurite anche dal punto di vista psicologico».

Le indicazioni della Società scientifica

Quali sono le indicazioni specifiche date da Siaarti? «Occorre trovare le condizioni ambientali adeguate e, ad esempio, i reparti malattie infettive si prestano molto bene a questo scopo. Tutte le task force regionali che finalmente stanno coinvolgendo gli intensivisti ottengono risposte sulle caratteristiche e anche la distribuzione logistica di questi posti letto di isolamento dove si possono praticare cure di intensità intermedia. È chiaro che questo sforza ulteriormente il sistema perché se in una regione come la Lombardia ci sono problemi per l’aumentato afflusso, purtroppo la disomogeneità dell’organizzazione negli ospedali delle varie regioni ci sta facendo valutare anche Regioni dove adesso non ci sono casi ma che magari non hanno ospedali centri di eccellenza. Diamo risposte a domande precise che sono state inserite dal documento dal ministero: quindi quanti posti letto a pressione negativa, dove sono collocati, quali possono essere i percorsi , valutare se non sia il caso di sospendere le attività elettive e così via. Ogni regione darà la sua risposta. È preferibile spostare specialisti piuttosto che pazienti se ci sono le strutture , certo non è una società scientifica che può dare una risposta sulla fattibilità di questa soluzione perché contratto di lavoro e modalità con cui devono essere messe a disposizione queste risposte specialistiche non son odi nostra competenza».

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Le carenze

Situazione che invece affronta Alessandro Vergallo, presidente dell’Associazione anestesisti e rianimatori ospedalieri (Aaroi-Emac). «Dal punto di vista della qualità dell’assistenza non c’è dubbio che il sistema stia reagendo in maniera eccellente», premette. «I numeri ci dicono però che il margine di tenuta delle terapie intensive si sta riducendo all’osso. Ci sono soluzioni che, a partire dall’apertura dei posti letto nel sistema privato , alla sospensione di tutti gli interventi di chirurgia non urgenti possono contribuire a dare ossigeno ai colleghi impegnati in prima linea e ormai allo stremo». E ricorda : «Un taglio del 10% dei posti letto in rianimazione negli ultimi dieci anni e un’ alta diminuzione dei medici specialisti in quest’area ha penalizzato la nostra disciplina. I posti letto in rianimazione, infatti, richiedono personale altamente qualificato e macchinari ad altissima tecnologia, che, una volta tagliati, sono impossibili da allestire rapidamente nel momento di un’emergenza, come quella che viviamo ora». C’è poi il problema della carenza di medici in quest’area, le cui funzioni non possono essere sostituite da nessun’altra figura professionale. «I posti nelle scuole di specializzazione in anestesia e rianimazione nell’ultimo anno sono aumentati a 926 ma sono ancora insufficienti a coprire il turn over». «Spero ce ne ricorderemo, passata l’emergenza – conclude Vergallo – per fare una programmazione seria dei fabbisogni di personale medico e posti letto».

2 marzo 2020 (modifica il 2 marzo 2020 | 20:48)

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