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Coronavirus, il cervello di alcuni pazienti può invecchiare di 10 anni

Lo sostengono i risultati di uno studio su ex pazienti. Alcune conseguenze neurologiche sono state già descritte in chi soffre di «Long Covid», una sindrome che, dopo il coronavirus, porta alcune persone a soffrire per mesi di alcuni disturbi …

Le persone che si stanno riprendendo dal Covid-19 potrebbero subire conseguenze che impattano in modo negativo sulle funzioni cerebrali e, dopo i casi più gravi di infezione, presentare un declino mentale equivalente all’invecchiamento cerebrale di 10 anni.

I risultati dei test

Lo sostengono gli scienziati dell’Imperial College di Londra in uno studio ancora non sottoposto a revisione effettuato analizzando 84mila ex malati. Alcuni guariti hanno mostrato deficit cognitivi significativi durati mesi. «Ci sono conseguenze cognitive croniche», hanno scritto i ricercatori martedì in un report sulla loro pubblicazione. I test cognitivi misurano quanto bene il cervello esegue i compiti, come ricordare le parole o unire i punti su un puzzle. Tali test sono ampiamente utilizzati per valutare le prestazioni cerebrali in malattie come l’Alzheimer e possono anche aiutare i medici a valutare menomazioni cerebrali temporanee. Il team di Hampshire ha analizzato i risultati di 84.285 persone che hanno completato uno studio chiamato “Great British Intelligence Test”. I deficit cognitivi erano “di dimensioni sostanziali”, in particolare tra le persone che erano state ricoverate per Covid-19, con i casi peggiori che mostravano impatti «equivalenti al declino medio di 10 anni della performance globale dai 20 anni ai 70 anni».

Non è la prima osservazione

Alcuni scienziati hanno espresso perplessità su questa ricerca, innanzitutto perché la funzione cognitiva dei partecipanti non era nota prima del Covid e poi perché qualsiasi effetto sulle capacità cognitive potrebbe essere temporaneo.
Al di là del singolo studio, è interessante notare che il declino cognitivo è una conseguenza del post Covid che si è osservata in molte parti del mondo e anche in Italia. Una serie di ex malati lamentano sintomi per mesi, tanto da far pensare a una sindrome che ha anche un nome: “Long Covid”che colpisce ormai moltissime persone, si pensa fino al 10 per cento di chi è stato contagiato dal coronavirus. Sono soggetti ufficialmente guariti e negativi al tampone che però hanno sintomi persistenti e disturbi che durano da più di tre mesi, principalmente stanchezza, debolezza, fiato corto, eritemi, perdita di memoria, ansia e dolori muscolari, problemi che rendono loro impossibile tornare a stare bene come prima.

La «nebbia nel cervello»

È anche noto che il coronavirus provoca problemi neurologici e molti hanno descritto, tra questi disturbi, la perdita di memoria a breve termine: alcune persone non riescono più a concentrarsi, dimenticano dettagli della giornata appena successi e perdono capacità al lavoro. A volte le infezioni virali che durano tanto (anche di altro tipo) portano a una diminuzione di prestazioni del sistema nervoso centrale. Ecco spiegata la perdita di attenzione che genera, come primo effetto, una diminuzione consistente della capacità di memorizzare di tanti eventi della vita quotidiana. Disturbi simili, soprattutto la fatica persistente, la “nebbia nel cervello”, il sentirsi meglio alcuni giorni e peggio altri, più vari problemi cardiaci, respiratori e neurologici, sono conseguenze a lungo termine osservate anche dopo i virus cugini del coronavirus: la sindrome respiratoria acuta grave (SARS) e la sindrome respiratoria del Medio Oriente (MERS).

13 dicembre 2020 (modifica il 13 dicembre 2020 | 21:17)

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