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Coronavirus, il mistero dell’Africa: perché ci si ammala e si muore meno

Uno studio su Science ha stimato a 4,3% la sieroprevalenza di Sars-CoV in Kenya, molto simile a quello del resto del mondo. Ma l’assalto agli ospedali non c’è stato …

Non ci sono molti studi che raccontano la diffusione del virus Sars-CoV-2 in Africa, continente che rappresenta il 17% della popolazione mondiale, ma che a fine luglio rappresentava solo il 5% dei casi globali di Covid-19 e il 3% dei decessi segnalati. Mentre il mondo intero combatte contro una pandemia che non accenna a placarsi, l’Africa continua a essere solo sfiorata dal contagio. Un team di ricercatori del Regno Unito ha voluto indagare sul mistero dell’Africa e ha studiato la diffusione dell’infezione in Kenya (qui il primo caso di positività è stato segnalato il 12 marzo 2020). Gli scienziati hanno cercato gli anticorpi contro Sars-CoV-2 analizzando il sangue dei donatori. In questo modo sono riusciti a stimare il tasso di infezione in quel paese. Lo studio è stato pubblicato su Science e si concentra appunto su Kenya.

Nel lavoro gli scienziati hanno analizzato 3.098 campioni di sangue raccolti da donatori (tra i 15 e 66 anni) di tutto il paese tra aprile e giugno. Ogni campione è stato testato per la presenza di immunoglobuline G, anticorpi Sars-CoV-2. Che cosa è stato scoperto? Il 4,3% dei campioni di donatori aveva gli anticorpi contro il coronavirus: un numero molto alto rispetto ai decessi segnalati: 341 con 20.636 casi di positività al 31 luglio. Inoltre la sieroprevalenza era più alta nelle aree urbane, Mombasa (8%), Nairobi (7,3%) e Kisumu (5,5%), più elevata tra i 15 e i 44 e più bassa tra i 45 e i 64 anni. Quel 4% del Kenya non di discosta molto dal 5% della Spagna (su un campione di 60 mila persone), paese che alla fine della prima ondata ha però registrato circa 28 mila decessi. Ed è addirittura quasi doppia alla sieroprevalenza registrata in Italia, 2,5%, (in Lombardia, dove il virus aveva circolato di più era arrivata al 7,5%), su un campione di un milione e mezzo di volontari. Ma in Italia al 30 giugno i morti erano già 35 mila con oltre 240 mila casi.

La demografia

«La sieroprevalenza del nostro studio è paragonabile alle stime di altri sondaggi sierologici svolti in Europa, Asia e Stati Uniti dopo il primo picco epidemico e decine di migliaia di morti tuttavia i tassi di mortalità sono decisamente inferiori» scrivono gli autori. Ma allora perché i tassi di infezione e le morti sono stati così bassi in Africa (tranne il Sud Africa?) rispetto alla maggior parte dei Paesi ad alto reddito del resto del mondo? In molti hanno ipotizzato che la sorveglianza sanitaria sia piuttosto limitata, tuttavia in Africa non è stato segnalato l’assalto agli ospedali per malattie respiratorie. Una settimana dopo la segnalazione del primo caso di coronavirus in Africa sono state messe in atto le misure di contenimento. Piuttosto gli autori suggeriscono di cercare le motivazioni nella demografia: in Kenya solo il 3,9% della popolazione ha un’età superiore ai 65 anni, percentuale decisamente inferiore al 23% dell’Italia. E sappiamo che la popolazione che rischia un decorso nefasto è proprio quella anziana. Gli autori ipotizzano anche la possibilità che le persone in Kenya potrebbero avere un resistenza naturale a questo tipo di infezioni, ma non sono riusciti a provarlo. È un dato di fatto che la malattia in Africa è attenuata.

21 novembre 2020 (modifica il 21 novembre 2020 | 19:38)

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