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Coronavirus Cronache

Coronavirus, il paziente 1 di Codogno salvato dalle donne (nella sanità dei maschi)

Bruno Vespa ricostruisce l’inizio della guerra al virus: tra i camici bianchi le donne sono quasi il doppio degli uomini, che però occupano l’84% dei ruoli di direttori generali …

La dottoressa Laura Ricevuti, internista, ricovera per prima Mattia in reparto. La dottoressa Annalisa Malara, anestesista, è di turno quando torna, e di fronte alla devastazione rivelata dalla radiografia sospetta un’origine virale: «Dei polmoni era rimasto pochissimo». Valentina Maestri, la moglie di Mattia, «un marcantonio tutto muscoli, atleta, maratoneta, calciatore» ma ormai già attaccato alla vita attraverso una maschera a ossigeno, ricorda che a una cena di due settimane prima era presente un collega che forse era stato in Cina. Ma il tampone, in quel momento, è previsto dai protocolli solo per chi è personalmente di ritorno dalla Cina.

L’insistenza dell’anestesista che vuol fare il tampone

Annalisa però non si fida; insiste, vuol fare il tampone a Mattia, alla fine lo ottiene e lo spedisce al laboratorio del Sacco di Milano. Quella stessa sera Valeria Micheli, virologa di guardia nell’ospedale, chiama Annalisa e le dà tremante la notizia: Mattia è il primo «positivo» al coronavirus identificato in Europa. Da quel momento inizia la «guerra». Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di microbiologia e virologia del Sacco, informata dalla collega, corre in ospedale: «Gli infermieri hanno cominciato a consegnarci incessantemente tamponi da utilizzare. Cinquecento in una notte…». Questa è la storia di come è cominciato, a Codogno, l’anno più brutto della nostra vita. Anche se senza i tanti dettagli in presa diretta che Bruno Vespa racconta nel suo ultimo libro, la conoscete già. Ma fate attenzione a un particolare: a parte Mattia, lo sventurato, le protagoniste sono tutte donne: Laura, Annalisa, Valentina, Valeria, Maria Rita. Anzi no, un uomo c’è, è il primario di Annalisa, Enrico Storti, che per fortuna le dà ascolto e l’autorizza a fare il tampone, nonostante sia contro i protocolli. Del resto un uomo nella parte del «capo» c’è in ogni storia di donne. Oppure un uomo cui viene dato il merito.

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«Chi ha salvato il Veneto? Crisanti? No, Francesca Russo»

Istruttivo è al proposito un altro capitolo del libro di Vespa, dal titolo «Chi ha salvato il Veneto? Crisanti? No, Francesca Russo»: vi sono rivelati particolari inediti sulla «maternità» del cosiddetto «modello Vo’», e sul ruolo svolto dalla dottoressa alla guida del dipartimento di Prevenzione sanitaria della Regione. Tutte queste presenze femminili in realtà non dovrebbero stupire. Tra i lavoratori della sanità le donne sono in Italia quasi il doppio degli uomini. Però nei ruoli di direttori generali rappresentano solo il 16%, e gli uomini occupano il restante 84% dei posti. Perché le donne sono meno preparate e capaci? Si direbbe di no, a leggere le infinite storie di ricercatrici, dottoresse, chirurghe, infermiere, che hanno combattuto e stanno ancora combattendo in prima linea contro quella che nel suo libro Vespa finisce «La dittatura del virus». Eppure il Comitato tecnico-scientifico, che da quasi un anno fa le funzioni del Comitato di liberazione nazionale dal virus, viene all’inizio composto da venti membri tutti maschi. Solo una vibrata protesta parlamentare ottiene mesi dopo, a prima ondata praticamente finita, di integrarlo con i nomi di sei donne.

«Un pezzo di storia del passato con l’attualità dell’oggi»

Perché? Mi sbaglierò, ma una delle origini di questa arretratezza italiana si può forse individuare proprio nella prima parte del libro di Vespa, intitolato «Perché l’Italia amò Mussolini». Come sempre nei volumi del popolare conduttore di Porta a porta, anche stavolta si giustappone un pezzo di storia del passato con l’attualità dell’oggi, raccontata come se fosse storia del presente. E se volete cercare i tratti caratteristici di un certo maschilismo italiano, la lettura delle vicende del dittatore è singolarmente istruttiva. Specialmente nel capitolo titolato «Le donne del Duce». Raccontando i suoi frequenti e promiscui incontri con le «visitatrici fasciste», «una donna al giorno tutti i giorni per vent’anni», Vespa così li descrive: «Il Duce non era generoso con le sue ospiti. Non offriva un tè, un cioccolatino, una bibita. Mai un regalino. Non usava profumi e non li cercava nelle donne». Una signora che era stata spesso a Palazzo Venezia ha raccontato allo scrittore Paolo Monelli: «Sapeva essere brutale, sgarbato, violento, iniziava il colloquio con bestemmie e parolacce, porco questo, porca quella, boia qui, boia lì. Ma sapeva anche essere tenero, carezzevole, addirittura paterno». Paterno. Molte cose sono cambiate in Italia, ma un certo modello di potere maschile si è replicato, seppur adattandosi ai cambiamenti. Anche se non sempre si è fatto meno brutale.

11 dicembre 2020 (modifica il 11 dicembre 2020 | 22:58)

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