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Coronavirus, il saggio sa quello che dice, lo stolto dice quello che sa

È un po’ difficile pensare che ci possa essere una concordanza di opinioni sul tema coronavirus e non c’è altra scelta che cercare d’imparare sul campo, giorno dopo giorno …

Ogni giorno ci viene fornito il resoconto dei contagi da Covid-19, così come quello dei morti, dei ricoverati, dei guariti, della percentuale dei positivi sui tamponi. Abbiamo atteso con ansia i dati ogni giorno da tre mesi a questa parte. Ora, come per quasi tutti i fenomeni mediatici, pare si sia raggiunta la soglia di saturazione. È sempre più facile dire e udire che si cambia canale quando «danno i numeri» in televisione. E, ovviamente, fioccano i giudizi: «Non si capisce niente di queste cifre», «Dovevano essere spiegate meglio, date in un altro modo» e via discorrendo. Nel frattempo circolano imitazioni e meme su virologi, epidemiologi, clinici, le nuove star. E si sente sempre più spesso sottolineare che «Non possono continuare a dire ognuno la sua»! «Si mettano d’accordo»! «Se non sanno dovrebbero tacere»! In effetti, recita un proverbio ebraico, «il saggio sa quello che dice, lo stolto dice quello che sa».

Però brandendo giudizi poco informati si rischia di cadere nella seconda categoria più degli esperti che si additano. È un po’ difficile pensare che ci possa essere una concordanza di opinioni su un tema, come questo, in cui non c’è altra scelta che cercare d’imparare sul campo, giorno dopo giorno. Il «sapere definitivo» auspicato dai semplificatori in esercizio permanente è per forza di cose al momento impossibile. Quanto può offrire la scienza, nel senso lato di conoscenza, è il tentativo di apprendere, capire e poi agire in base all’esperienza, fatta, nel caso in questione, di dati epidemiologici, osservazioni di laboratorio e riscontri clinici, che poi devono in qualche modo trovare una sintesi sanitaria e politica. Ma che si tratti di un processo sempre perfettibile è inevitabile.

Detto questo, sulla sovraesposizione mediatica degli esperti, forse, dovremmo anche noi, intesi come collettività, essere consci di essere parte in causa. Perché siamo noi, con le nostre legittime domande, il nostro legittimo bisogno di indicazioni e anche di rassicurazioni, ad aver chiesto senza requie di non farci mai mancare risposte che, alla fine, hanno creato una massa tale di informazioni da diventare difficilmente digeribile per quantità e qualche volta – questo sì – tossica per qualità. Perché se la differenza di opinioni fra esperti è del tutto normale e il confronto necessario, ciò che può aver disorientato sono state le affermazioni apodittiche di chi, magari esperto riconosciuto in un campo specifico, non ha resistito alla tentazione di emettere sentenze su argomenti che non gli sono del tutto familiari, oppure di chi, preso dal sacro fuoco di gridare al mondo le proprie osservazioni e le proprie scoperte, ha creduto di fare cosa giusta segnalandole prima ai giornali che agli organi competenti e al filtro della comunità scientifica, creando non di rado confusione quando non veri e propri danni.

Questo, più che la frequentazione dei media tradizionali e dei social network, può aver fornito argomenti a chi promuove tesi demenziali, autolesioniste e lesioniste, e alla numerosa schiera di quelli «che la sanno lunga», quelli che avevano capito tutto (loro sì!) senza naturalmente avere la minima idea della complessità della situazione. E di questi ultimi, francamente, davvero non se ne può più. A loro si attaglia senz’altro il proverbio ebraico di cui sopra.

11 giugno 2020 (modifica il 11 giugno 2020 | 16:08)

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