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Coronavirus: il secondo lockdown ha funzionato meglio, abbiamo trovato la formula «giusta»?

Come mai le chiusure mirate della seconda ondata sembrano aver ottenuto buoni risultati nonostante siano state più blande? Abbiamo «esagerato» la prima volta? È una domanda che ci si pone (non solo in Italia). Gli esperti rispondono …

Come mai il secondo lockdown, o meglio, i lockdown mirati della seconda ondata sembrano funzionare lo stesso nonostante siano più blandi? Abbiamo trovato la formula “giusta”, il compromesso che fa appiattire la curva senza affossare totalmente l’economia e costringere a casa tutta la popolazione? Se lo stanno chiedendo in molti, non solo in Italia.

I dati di Israele (primo ad attuare il secondo lockdown)

Uno dei primi Paesi a inaugurare un lockdown stringente per la seconda ondata è stato Israele. Bisogna premettere che ogni Nazione esprime fattori differenti che determinano un andamento dell’epidemia peculiare, nonostante le similitudini che ne fanno una pandemia. Fattori quali l’età media della popolazione, la densità abitativa, il clima, l’adesione ai provvedimenti del governo e le decisioni politiche possono cambiare la storia cronologica e l’impatto del virus. In Israele il secondo blocco ha funzionato più velocemente ed efficacemente del primo, nonostante fosse meno “stretto”. Analizza la situazione Amit Segal, un giornalista israeliano: i casi sono diminuiti dopo “soli” 10 giorni nel secondo caso, rispetto ai 20 necessari per la riduzione dei casi dopo il primo blocco. Il secondo blocco ha schiacciato tutte le curve: casi, ricoveri lievi, moderati, gravi e il valore Rt. Il tasso di positività è sceso entro 3 settimane: da 94 città con un tasso di positività superiore al 10% a solo 9. Come previsto, il calo dei ricoveri gravi ha seguito il calo dei casi di circa una settimana e, tre settimane dopo il blocco, anche le morti quotidiane hanno iniziato a diminuire.
Come mai? Amit Segal già a fine ottobre faceva alcune ipotesi: la diffusione e l’obbligo di mascherine, che non erano comprese nelle linee guida del primo blocco e la chiusura di attività ad alto potenziale di diffusione, soprattutto scuole e raduni di ogni tipo (come la prima volta). Forse, suppone il giornalista, alcune attività come quelle che non comprendono rapporti con il pubblico la prima volta sono rimaste chiuse, ma contano meno (a livello di diffusione del contagio).

Caratteristiche italiane

In Italia il blocco delle attività non è stato “stringente” come nella prima ondata, ma i risultati si vedono lo stesso. Abbiamo “esagerato” la prima volta? Potremmo dirlo solo tra settimane, ma sicuramente appiattire la curva non vuol dire abbatterla: nella prima ondata la discesa è stata completa (anche se dopo un periodo stabile definito plateau) ed è arrivata in pratica all’azzeramento del livello di contagi. Non è stato così in tutti i Paesi, ad esempio negli Usa, dove la prima ondata non è mai finita e la seconda è iniziata in continuità, con un livello di trasmissione sempre alto. Da noi i primi risultati si vedono, ma non sappiamo quanto ci vorrà a scendere e se i contagi diminuiranno in maniera brusca o ci vorranno settimane. Non sappiamo nemmeno se arriveremo ad “azzerare” la trasmissione, cosa che sembra improbabile anche perché non siamo in vista dell’estate e, con l’inverno, le malattie respiratorie (tutte) sono più diffuse. È vero però che molte attività sono rimaste aperte (ad esempio asili e scuole elementari), intorno c’è molta più gente in giro (anche nelle zone rosse) e il trend si è invertito.

Cosa è cambiato

La grossa differenza rispetto alla prima ondata è la consapevolezza nella gestione del virus e la presenza di mascherine di ogni modello. Salvo eccezioni, l’uso della mascherina è radicato e diffuso e anche altre abitudini importanti, come lavarsi le mani e mantenere le distanze. Migliore anche l’auto gestione delle persone anziane che si tengono al riparo come possono e il tracciamento con i tamponi che, sebbene non del tutto sufficiente, è cresciuto moltissimo. Importante anche aver individuato alcuni ambiti e attività particolarmente a rischio in modo da chiudere selettivamente.

Pregliasco: «Importante riprendere in mano il tracciamento»

Quando potremo dire di aver fatto davvero le scelte giuste? «Non c’è un manuale di gestione della pandemia e ancora oggi non abbiamo un menù da dare ai politici per scegliere cosa è giusto fare, quindi non è facile trovare quell’equilibrio – risponde Fabrizio Pregliasco, virologo, direttore generale all’istituto Galeazzi di Milano -. Dal punto di vista scientifico, meno contatti ci sono meglio è. Quello che è stato fatto è arrivare al picco e “spalmare” i casi. Abbiamo appiattito la curva ed è sperabile che dopo questo appiattimento, insistendo ancora un po’, ci sia un calo e si possa arrivare a un valore di 5-10.000 casi al giorno che potrebbe essere quello che permette di recuperare il tracciamento per mantenere bassa la capacità diffusiva». Abbiamo trovato un “giusto equilibrio”? «Procediamo per tentativi sulla formulazione dei lockdown: il principio generale è quello di ridurre i contatti il più possibile. La formula è legata solo a quanto si vuole lasciar andare l’economia, la speranza è un equilibrio che ci permetta di riprendere il tracciamento giornaliero e quindi insistere nel mantenere basso l’incendio che non riusciamo a eliminare del tutto perché ci sono troppi asintomatici. La catena degli asintomatici non riuscirà a essere interrotta se non con una campagna sistematica di vaccinazione. È purtroppo il punto di forza di questo virus».

Viola: «È chiaramente la formula giusta»

«Sicuramente rispetto a prima il calo c’è stato, anche se non radicale – dichiara Antonella Viola, immunologa, docente all’Università di Padova – , però la formula giusta è chiaramente questa, necessariamente, perché il Covid non è un’emergenza che dura un mese o due mesi, è un problema che ci porteremo avanti fino all’estate, per cui è necessario trovare delle forme modulabili di lockdown sulla base dell’andamento del contagio nel territorio. Quindi sì, questo sembra essere davvero il modo corretto di gestire l’epidemia. Che cosa vuol dire: cercare di appiattire la curva mediando con le esigenze dell’economia ma non solo, anche con quelle che riguardano il benessere psicofisico delle persone. Dovendo conciliare tutti questi aspetti, il massimo cui possiamo mirare è tenere la curva piatta, cioè evitare dei picchi come quelli dei giorni passati, che ora ci pesano in termini di morti e ricoveri».

30 novembre 2020 (modifica il 30 novembre 2020 | 14:15)

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