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Coronavirus, in Israele ultraortodossi e festività spingono il Paese verso il tracollo sanitario

La diffusione del Covid-19 resta fuori controllo nei quartieri e nelle città a maggioranza ultraortodossa: la pausa di Yom Kippur serve a capire cosa sta causando l’emergenza …

dal nostro corrispondente
GERUSALEMME — Quattordici suole religiose sono state trasformate in quelli che gli israeliani chiamano «hotel corona»
. Gli studenti della yeshiva che risultano positivi non possono lasciare le aule dove giorno e notte studiano i testi sacri, gli allievi contagiati in altri istituti vengono trasferiti qui. Le misure sono state decise — spiega il quotidiano Haaretz — da Roni Numa, il generale che coordina con la comunità ultraortodossa l’intervento dell’esercito per rallentare la diffusione dell’epidemia. Il confinamento nelle scuole ha voluto impedire che i ragazzi tornassero a casa per Yom Kippur, che finisce al tramonto, e infettassero i parenti più anziani. Alcuni di questi ospedali improvvisati alla periferia di Tel Aviv hanno causato le proteste degli abitanti dei quartieri: temono che i giovani devoti non rispettino le regole, che il richiamo a onorare il giorno dell’Espiazione sia più forte delle norme stabilite dallo Stato. Alla vigilia di Kippur il governo israeliano ha imposto misure ancora più rigide per il secondo lockdown deciso quindici giorni fa e alcuni leader religiosi hanno invitato i seguaci a rispettare la norma che limita gli assembramenti nei luoghi chiusi e quelli all’aperto a un massimo di 20 persone.

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La diffusione del Covid-19 resta fuori controllo nei quartieri e nelle città a maggioranza ultraortodossa. Venerdì scorso sono stati registrati 2.692 nuovi contagiati tra gli haredim, un terzo dei casi diagnosticati quel giorno (il doppio se si considera la proporzione dei «timorati di Dio» rispetto alla popolazione totale). Fin dall’inizio dell’epidemia i rabbini (soprattutto quelli dei gruppi chassidici) hanno incitato alla ribellione, a non rispettare le restrizioni che fermassero lo studio nelle scuole religiose o riducessero il numero di fedeli nelle sinagoghe per celebrare le festività più importanti del calendario ebraico, iniziate una settimana fa. Ventiquattro ore di digiuno e di espiazione. Di riflessione su quello che è successo nell’anno passato. Questa volta la pausa di Yom Kippur serve agli israeliani per provare a capire come sia potuto succedere, com’è possibile che da nazione verde e virtuosa — in maggio in nuovi casi di Coronavirus andavano verso lo zero — la crisi sanitaria sia diventata profondo rosso: 1.512 pazienti sono in ospedale, 749 in gravi condizioni, vicino a quella quota di 800 letti in terapia intensiva che gli esperti considerano il limite prima per tracollo sanitario. I morti hanno raggiungo i 1.450 su 9 milioni di abitanti.

Il premier Benjamin Netanyahu ammetta di aver sbagliato a riaprire tutto e troppo in fretta lo scorso maggio, critica soprattutto i partiti avversari in parlamento che gli avrebbero impedito di approvare in fretta le leggi necessarie. L’opposizione lo accusa invece di voler usare le nuove limitazioni agli spostamenti dei cittadini per disperdere le proteste davanti alla residenza di via Balfour a Gerusalemme: migliaia di manifestanti si ritrovano da mesi e urlano al capo del governo di dimettersi, gli rinfacciano di aver mal gestito l’epidemia perché ha avuto la testa immersa nel processo per corruzione. Oggi i deputati discutono delle norme che dovrebbero fermare le manifestazioni «per ragioni sanitarie». Netanyahu avrebbero voluto far passare le regole qualche giorno fa con lo stato di emergenza, il ministro della Difesa Benny Gantz e gli altri alleati di necessità glielo hanno impedito.

28 settembre 2020 (modifica il 28 settembre 2020 | 14:02)

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