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Coronavirus: in Usa niente test se sei asintomatico, ma è una buona idea?

I CDC hanno modificato le linee guida: chi ha avuto contatti con positivi ma non ha sintomi non deve più fare il tampone «necessariamente». Le critiche e le evidenze scientifiche sul ruolo degli asintomatici. In Italia cosa facciamo? …

Una recente decisione dei Centers for Disease Control and Prevention Usa (CDC) sta facendo molto discutere: sono state modificate le linee guida in modo da escludere dai test sul coronavirus obbligatori le persone asintomatiche, comprese quelle che avessero recentemente avuto contatti con soggetti positivi. La versione pubblicata lunedì specifica che le persone che sono state a stretto contatto con un individuo infetto – meno di due metri e per almeno 15 minuti – “non hanno necessariamente bisogno di un test” se non hanno sintomi. Le eccezioni, ha osservato l’agenzia, potrebbero essere fatte per gli individui “vulnerabili”, o per gli operatori sanitari.

Due giorni prima dei sintomi si è molto infettivi

Sebbene i ricercatori rimangano incerti sulla frequenza con cui le persone asintomatiche trasmettano involontariamente il coronavirus, gli studi hanno dimostrato che possono trasportare il virus in quantità elevate. L’evidenza è più chiara per le persone pre-sintomatiche, in cui i livelli di virus tendono a raggiungere il picco appena prima che insorga la malattia (circa 48 ore). L’altro problema è che non siamo in grado di distinguere le persone asintomatiche da quelle pre-sintomatiche fino a quando i sintomi non compaiono. Dove c’è un buon tracciamento delle catene di contagi in anticipo (quindi anche su asintomatici), c’è miglior controllo dell’epidemia e questo ormai è dimostrato. Anche perché le persone vengono isolate prima di contagiare altre persone.

In Italia cosa facciamo?

Testare o no un asintomatico? Se non c’è motivo di pensare sia stato contagiato no.Se lo si sospetta, in Italia si deve comunque segnalare il caso all’ATS. Da noi abbiamo già avuto un “problema” con il testare solo i sintomatici. Abbiamo dovuto farlo a febbraio e l’andamento dei contagi per gran parte ci è sfuggito, tanto che è stato calcolato che il numero dei positivi fosse dieci volte tanto. C’è stato già un tempo, in cui invece si tracciavano anche gli asintomatici: tra gennaio e febbraio chi arrivava dalla Cina doveva essere monitorato.
Adesso i motivi di ottimismo italiani si poggiano proprio sul fatto che abbiamo “intercettato” l’epidemia, infatti testiamo anche gli asintomatici che siano venuti a contatto con persone positive o arrivino da zone considerate a rischio. In questo modo interrompiamo la trasmissione e individuiamo molti positivi che sarebbero sfuggiti alle indagini. Alcuni di questi possono diventare super diffusori e contagiare anche le persone più deboli, proprio perché sono inconsapevoli.

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I focolai attuali

Al ritorno dalle vacanze le famiglie si riuniscono e bisogna impedire che il virus arrivi ai soggetti deboli: ultimamente i focolai sono associati ad attività “ricreative in Italia e all’estero” (come si legge nel rapporto settimanale dell’ISS), l’età media dei positivi si abbassa ancora, a 29 anni, con “una minore gravità clinica dei casi diagnosticati che, nella maggior parte dei casi, sono asintomatici”. Da Milano, però, arriva la notizia del primo-nuovo focolaio in una RSA, con 21 ospiti e 1 operatore contagiati. Monitorare gli asintomatici serve a fare in modo che persone giovani che lavorano a contatto con soggetti deboli (RSA e ospedali) o in luoghi di assembramento (supermercati, fabbriche, macelli) non portino in giro il virus al lavoro (o anche in famiglia).

Il controllo territoriale

Le attuali linee guida stanno cercando di andare a “scovare” e controllare i focolai prima che si allarghino. Ci sono test obbligatori per le persone che fanno parte di un focolaio e per chi ha avuto contatti con un positivo e poi ci sono gli screening (consigliati o attuati) per chi arriva da Paesi o aree considerati “a rischio contagio” e per chi svolge lavori considerati “sensibili” alla diffusione, come medici, infermieri, sanitari o insegnanti. Il problema grosso è aumentare la capacità di testare, più che ridurre i soggetti da sottoporre a tampone. I modi ci sono e, dal punto di vista scientifico, ogni mese arrivano nuovi test e possibilità diagnostiche, bisogna saper stare al passo dal punto di vista pratico e burocratico e non farsi sorpassare dall’epidemia.

Insegnanti, il perché del test

Anticipare l’epidemia è lo scopo anche dei test sierologici proposti al personale scolastico: servono a individuare chi avesse già incontrato il virus in passato e quindi a sapere che non è infettivo (perché chi risulta positivo deve fare anche il tampone). L’insegnante con sierologico positivo e tampone negativo può iniziare l’anno scolastico in sicurezza e con una certa tranquillità personale, perché i risultati significano che molto probabilmente per qualche mese non dovrebbe riammalarsi (anche se non c’è ancora una certezza scientifica). Di contro, i sierologici riescono anche a capire se un soggetto è infettivo in quel momento e quindi intercettano un numero di persone che sarebbero sfuggite, se asintomatiche.

Aziende e privati

Con il ritorno a scuola e al lavoro, in Italia il monitoraggio dell’andamento dell’epidemia è affidato alle ATS territoriali con coordinamento nazionale. Un’azienda (o un singolo) può anche fare screening privati, ma le casistiche “a rischio” sono già comprese nelle linee guida attuali. Privatamente è comunque sempre meglio, nel caso, eseguire un test sierologico che a sua volta rimanderà eventualmente a un tampone. Il tampone invece, deve essere fatto in una determinata finestra di tempo, perché può essere negativo oggi e positivo domani, e quindi risultare “inutile” se eseguito in tempistiche sbagliate, quindi è meglio lasciare questo tipo di esame a personale qualificato anche riguardo alla prescrizione.

28 agosto 2020 (modifica il 28 agosto 2020 | 13:00)

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