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Coronavirus, la corsia come trincea. Così è stato curato il «paziente 1»

L’infettivologo di Pavia Raffaele Bruno racconta la sua lotta al contagio in un libro (HarperCollins). I proventi andranno a famiglie di vittime del Covid-19 …

Un desiderio e un ricordo. Il trentottenne Mattia Maestri, il giovane e sano maratoneta la cui colonna sonora della vita può essere Born to Run di Bruce Springsteen e ormai noto come paziente 1, si risveglia dopo 20 giorni di coma con la voglia di mangiare una pizza con cipolla e salame piccante e in mente le ultime parole sentite da un infermiere prima di essere intubato: «Il coronavirus Cudogn ensa’ nianche addu sta» (il coronavirus non sa neanche dove sia di casa Codogno). Mai previsione più sbagliata. Ancora oggi, a quasi dieci mesi di distanza da quel 20 febbraio 2020 alle ore 20, ci ritroviamo a essere parte di una storia che credevamo e speravamo mai potesse accadere.

S’intitola «Un medico. La storia del dottore che ha curato il paziente 1» il libro che l’infettivologo Raffaele Bruno ha scritto insieme a Fabio Vitale (HarperCollins, pagine 158, euro 17)S’intitola «Un medico. La storia del dottore che ha curato il paziente 1» il libro che l’infettivologo Raffaele Bruno ha scritto insieme a Fabio Vitale (HarperCollins, pagine 158, euro 17)

Leggere Un medico. La storia del dottore che ha curato il paziente 1 (HarperCollins), scritto in prima persona dall’infettivologo del San Matteo di Pavia Raffaele Bruno con il giornalista di Sky Tg24 Fabio Vitale, non vuol dire tanto essere catapultati di nuovo nelle corsie d’ospedale di marzo e aprile con i pazienti moribondi in fame di ossigeno, quanto piuttosto rimettere in fila le priorità delle nostre vite: «Credo in Dio, ma quello che vedo in ospedale sta facendo vacillare la convinzione che ci sia qualcuno lassù che possa consentire tutto questo — scrive Bruno —. Un dio che lascia morire genitori o figli così, da soli. Avresti bisogno di una carezza, di una parola di conforto prima di andare via per sempre, e invece ti ritrovi in un letto d’ospedale con attorno medici e infermieri che non riesci nemmeno a vedere in faccia».

Nato nel 1966, Raffaele Bruno è professore di Malattie infettive presso l’università di Pavia e direttore della Clinica di malattie infettive del Policlinico San Matteo di PaviaNato nel 1966, Raffaele Bruno è professore di Malattie infettive presso l’università di Pavia e direttore della Clinica di malattie infettive del Policlinico San Matteo di Pavia

Adesso siamo sotto Natale e abbiamo voglia più che mai di lasciarci tutto alle spalle. La testimonianza di Bruno ci fa capire perché ciò non è ancora possibile. La storia del dottore che ha curato il paziente 1 aiuta a ritrovare quella forza collettiva che in primavera ci faceva mettere sui balconi i tricolori, teli e cartelli con su scritto «Andrà tutto bene» e definire i medici eroi. Una resilienza che non può venire meno neppure in un’Italia con l’economia in crisi e i nervi a fior di pelle.

Partito da Cosenza e dopo gli anni romani a Tor Vergata, Bruno cresce professionalmente all’epoca della lotta senza quartiere all’Hiv e all’epatite C, per trovare a Pavia le dimensioni di una città piccola, ma con la vivacità del grande polo universitario. È il 21 gennaio 2020 quando il dottore fa una promessa a sé stesso: «In palestra due volte alla settimana, niente alibi». Bike e tapis roulant, sessanta minuti che ricomprendono pure la doccia e il ritorno a casa. I casi di cittadini cinesi positivi a un nuovo coronavirus sono ancora a fondo pagina sui siti di informazione.

Nel giro di un mese la palestra diventa un lontano ricordo, i giornali non parlano (quasi) d’altro. Per Bruno la decisione obbligata è di vivere in una sorta di isolamento dalla famiglia: camere separate per lui e la moglie, la figlia Matilde per un po’ dalla suocera. Le notti sono in reparto, le facce sono sempre le stesse, segno che nessuno riposa da settimane. Saltati riposi, permessi, congedi, ferie. I giorni passano e il virus non risparmia nemmeno i colleghi. Sono i mesi più duri, quelli in cui ai medici sembra di essere tornati nell’Ottocento. Senza certezze.

Corre parallela la storia del paziente 1. «Se salvi Mattia, salvi l’Italia», si sente ripetere Bruno. La guarigione di Mattia può essere la prova che da questa malattia si può guarire, anche se dopo aver combattuto a lungo. Quel giorno arriva: «Caro Mattia, sei pronto?». «Per cosa, professore?» «Non volevi andare a casa?».

Con il passare delle settimane subentra, però, anche l’insofferenza. Il dottore l’intercetta nelle parole di un passante: «Va bene, professore, lasci perdere. Prima ci chiudete in casa, poi non sapete dirci perché né per quanto tempo. La saluto, arrivederci». Scrive Bruno: «Resto immobile, seguendo con lo sguardo la sagoma di quest’uomo che scompare in un vicolo». Alla fine del libro la consapevolezza è che «siamo tutti dentro una pagina di storia condivisa che non va dimenticata. La normalità resta un privilegio. E la memoria l’arma più potente per affrontare nuove crisi».

L’omaggio di Fiasconaro per il San Matteo

Un piccolo gesto per un grazie enorme, sentito e riconoscente a tutti i medici e al personale sanitario. È quello che sta dietro al generoso gesto del maestro pasticciere Nicola Fiasconaro, la cui azienda (con sede nel comune di Castelbuono, in provincia di Palermo) è considerata una eccellenza internazionale. Così al San Matteo di Pavia sono arrivati due panettoni speciali, di oltre 10 chilogrammi ciascuno: uno per le Malattie infettive del professor Raffaele Bruno e un secondo per la Pediatria del San Matteo, guidata dal professor Gian Luigi Marseglia, direttore appunto del reparto di Clinica pediatrica e della Scuola di specializzazione.

14 dicembre 2020 (modifica il 14 dicembre 2020 | 21:26)

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