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Coronavirus: la variante brasiliana è la seconda in Italia. Che cosa sappiamo

Potrebbe essere 1,4-2,2 volte più trasmissibile e in grado di eludere l’immunità protettiva provocata da una precedente infezione da Covid, ma i dati sui vaccini non sarebbero cattivi come per la variante sudafricana …

Le tre varianti sotto osservazione

Se la variante inglese (B.1.1.7) è la più diffusa e fa preoccupare per la sua maggior trasmissibilità (prevalenza al 54%), le varianti sudafricana (B.1.351) e brasiliana (P.1) sono meno presenti nei monitoraggi, ma destano allarme per una mutazione che hanno in comune, la E484K, che pare in qualche modo capace di eludere gli anticorpi e causare reinfezioni. Mentre siamo certi che la variante inglese sia più trasmissibile, non ci sono ancora studi completi e d’insieme sulle varianti sudafricana e brasiliana. Sappiamo solo che in Sudafrica sono stati registrati numerosi casi di reinfezione e che il vaccino AstraZeneca è stato abbandonato nel Paese a causa di una minore efficacia.

La variante brasilianaè meno diffusa nel mondo: ci sono in tutto (secondo i dati ufficiali depositati nel database internazionale GISAID) 417 sequenze da 25 Paesi, mentre la sudafricana ne conta 2.361 su 48 Paesi e l’inglese 116.303 su 94 nazioni. È sempre una diffusione “apparente” perché abbiamo imparato che spesso “chi cerca trova”.

Situazione in Italia

In Italia la P.1 sembrerebbe essere più rappresentata rispetto a quella sudafricana: la sua prevalenza sarebbe del 4,3% con punte superiori al 30% in alcune zone del centro, mentre la sudafricana sarebbe “ferma” allo 0,4%. Ma cosa sappiamo della variante brasiliana? Sappiamo che probabilmente è più trasmissibile e che si è diffusa in Brasile in una zona già severamente colpita dalla prima ondata in cui ci si sarebbe aspettati che meno persone fossero colpite nella seconda ondata. Inoltre, ci sono studi effettuati in laboratorio con virus che presentano la mutazione E484K che ci dicono che la variante brasiliana è capace di rendere gli anticorpi meno efficaci, il che vuol dire anche causare casi di reinfezione.

Più contagi anche tra persone già colpite

Nuno Faria, virologo all’Imperial College di Londra, è uno dei primi che ha contribuito a scoprire la variante chiamata P.1. Con i suoi colleghi ne ha pubblicato una descrizione su un forum di virologia il 12 gennaio. Con il suo team ha monitorato P.1 nella città di Manaus (la capitale dello stato brasiliano di Amazonas, dove è stata sequenziata per la prima volta) da dicembre. All’inizio di gennaio, la variante costituiva l’87% dei campioni. A febbraio aveva preso il sopravvento completamente. Combinando i dati di genomi, anticorpi e cartelle cliniche a Manaus, i ricercatori hanno concluso che P.1 si è diffusa nella città grazie alla sua biologia. Come la variante inglese, può infettare infatti più persone, si stima sia tra 1,4 e 2,2 volte più trasmissibile rispetto al coronavirus “arcaico”. I calcoli fatti dal team sostengono anche che la probabilità di reinfezione potrebbe comprendere tra 25 e 61 persone su 100 precedentemente infettate da lignaggi non P.1 a Manaus l’anno scorso. La sorveglianza sierologica sui donatori di sangue a Manaus ha suggerito una prevalenza nella popolazione del 67% di persone già colpite nella prima ondata, una cifra quasi da immunità di gregge, che rappresenta il motivo per cui gli occhi dei ricercatori si sono rivolti verso Manaus,quando il sistema sanitario cittadino è nuovamente caduto in ginocchio per i ricoveri questo inverno.

Efficacia anticorpi diminuisce

In un esperimento, i ricercatori hanno trovato supporto alla teoria delle reinfezioni: hanno mescolato virus P.1 con anticorpi di brasiliani che avevano avuto il Covid-19 l’anno scorso. Hanno scoperto che l’efficacia dei loro anticorpi è diminuita di sei volte contro P.1, un calo che potrebbe significare che alcune persone sarebbero vulnerabili a nuove infezioni da P.1. Il calo in assoluto però non è stato giudicato pesante. Il dottor Faria ha avvertito che questi risultati, derivati da cellule coltivate in provette, non significano necessariamente che i vaccini saranno meno efficaci nel proteggere le persone dalla variante nella vita reale: i vaccini possono fornire una forte protezione, anche se gli anticorpi che generano non sono altrettanto potenti.

Perdita efficacia vaccini modesta

Alle stesse conclusioni parzialmente ottimistiche è giunto uno studio di scienziati della Columbia University di New York e del Vaccine Research Center dei National Institutes of Health (Nih) di Bethesda: l’entità della perdita di potere neutralizzante osservata con P.1 è stata «modesta e non così sorprendente come è stato osservato» per la variante sudafricana. La variante brasiliana «può rappresentare una minaccia per le terapie a base di anticorpi monoclonali», ma «meno per l’efficacia protettiva dei nostri vaccini», si legge nelle conclusioni dello studio, non ancora pubblicato. La P.1 è risultata refrattaria a più anticorpi monoclonali, 6,5 volte più resistente alla neutralizzazione da plasma convalescente e più resistente, ma non come ci si aspettava, ai sieri dei vaccinati. I sieri dei vaccinati usati per i test erano 12 di persone immunizzate con Moderna e 10 con Pfizer. L’entità del calo di attività neutralizzante è stata limitata: 2,8 volte per Moderna, 2,2 per Pfizer.

Analisi della letalità

Sulla gravità dell’infezione con P.1, però, i dati osservati negli studi a Manaus non sono sufficienti: nonostante si sia vista una probabilità maggiore di provocare casi mortali di 1,1-1,8 volte maggiore con infezione da variante brasiliana, la recente epidemia a Manaus ha messo a dura prova il sistema sanitario e quindi gli studiosi non hanno potuto determinare se l’aumento stimato del rischio di mortalità relativa fosse dovuto alla variante, allo stress sul sistema sanitario di Manaus, o a entrambi.

3 marzo 2021 (modifica il 3 marzo 2021 | 16:44)

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