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Coronavirus Milano - Cronaca

Coronavirus Milano, tracciamento dei contagi in tilt. I medici di base: lavoro triplicato, siamo al collasso

L’Ats non riesce a più a tracciare il numero dei contatti di casi positivi a causa del boom di contagi. I medici di famiglia: esiti sconosciuti, enorme senso di impotenza …

C’è un numero che fa più paura dei 1.858 nuovi positivi registrati ieri nell’area metropolitana di Milano (4.125 in tutta Lombardia). Fa più paura perché non ne conosciamo l’entità: è quello dei contatti di casi positivi che l’Ats non riesce a più a tracciare a causa del boom di contagi. Tracciamento saltato, ritardi nell’effettuazione dei tamponi, nuove regole per l’isolamento e il ritorno in società, mancata segnalazione dei nuovi casi sul portale di Ats-Ncov cui accedono i medici di medicina generale: tutto ricade sulle prime e ultime scialuppe di salvataggio dei cittadini, i medici di famiglia. Il cui lavoro oggi è triplicato, ma senza più la parte clinica: col mero ruolo di «vigili del traffico», unito a un enorme senso di impotenza.

Primi due problemi: i medici non trovano sul portale Ncov i nominativi dei pazienti accertati Covid positivi a seguito di tampone né dei contatti stretti di un caso positivo. Nell’ultimo aggiornamento inviato loro, l’Ats scrive che il medico dovrebbe trovarli nel portale, ma avverte: «In relazione all’elevato numero di casi, Ats non è in grado di garantire tempestiva inchiesta epidemiologica. Pertanto è necessario che il medico, venuto a conoscenza della positività, informi l’assistito della necessità di isolamento obbligatorio e allo stesso modo informi i conviventi della necessità dell’isolamento fiduciario». Fuori dai tecnicismi: al medico che assiste il paziente non viene notificato l’esito del tampone e allo stesso tempo le inchieste epidemiologiche sono al palo. «Siamo al collasso. Se salta il tracciamento di Ats, noi possiamo fare poco o niente. Sto ore davanti al portale a inserire casi sospetti e nuove quarantene, ma non riesco a sapere in tempo reale che un mio assistito è diventato positivo (non mi arriva la notifica, lo scopro se scorro le pagine dove sono inseriti tutti i miei pazienti), tanto meno riesco a mettere in isolamento i suoi conviventi», dice Roberto Carlo Rossi, presidente dell’Ordine dei medici di Milano.

Se i contatti stretti non vengono tracciati, chi di loro ha sintomi quantomeno chiama il proprio medico di famiglia: «Il problema sono tutti gli asintomatici, che rimangono fuori e nessuno traccia». Così, tutto è demandato «al senso civico del cittadino», dice Silvia Esposito, medico di medicina generale nel quartiere Isola: «Il nostro lavoro è triplicato: non troviamo i nominativi dei contatti stretti, quindi chiamiamo noi i pazienti positivi e diciamo loro di chiedere a tutti i contatti ravvicinati di mettersi in isolamento fiduciario. Oppure ci chiamano i pazienti per dire (quelli che lo fanno) che l’Ats non li ha chiamati nonostante sappiano di essere entrati in contatto con un positivo: diciamo loro di autoisolarsi, li segnaliamo sul portale al mero fine legale di poterli mettere in malattia da lavoro e dopo 14 giorni possono tornare in società. O al decimo giorno con tampone». E come, se non li chiama l’Ats o non vogliono aspettare? «Con i privati».

Cosa che ci conduce al terzo problema: dopo 21 giorni dal primo tampone positivo, purché in assenza di sintomi negli ultimi 7, il paziente può uscire anche se il tampone non è negativo. «Oggi ho dovuto rimandare in società un positivo che non si negativizza», dice con sconforto Esposito. E l’isolamento fiduciario per i conviventi di casi clinicamente sospetti? Quarto problema: non è più previsto, secondo la circolare ministeriale del 12 ottobre, ma «noi consigliamo comunque di farlo», dicono i medici. «Il territorio è scoperto — chiosa Esposito —: la situazione è completamente sfuggita di mano nel giro di due settimane». L’Ats ha rinforzato la squadra, ma anche con 200 operatori è impossibile stare dietro a migliaia di nuovi casi al giorno: per questo il direttore generale del Welfare Marco Trivelli nell’ultimo protocollo del 19 ottobre chiede di «incrementare ulteriormente il personale dedicato all’attività di contact tracing», sia sul territorio che negli ospedali.

22 ottobre 2020 | 10:28

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