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Coronavirus nel mondo, 1 milione di vittime. La curva sale: 5 mila al giorno

Oltre metà dei decessi proviene da Stati Uniti, Brasile, India e Messico. Il Covid in meno di 9 mesi ha ucciso più di Aids e malaria nel 2019 …

Duecentosessanta giorni dopo l’11 gennaio, quando la Cina registrò il primo decesso ufficiale a causa dello sconosciuto Sars-Cov-2, un mondo trasformato raggiunge oggi (o ieri, a seconda della fonte del conteggio) la terribile quota di un milione di morti. In 8 mesi e mezzo, le vittime del coronavirus sono già molte più delle 690 mila dell’Aids nel 2019, e oltre il doppio delle 400 mila della malaria nello stesso periodo; entro qualche mese — ha ipotizzato Michael Ryan, dirigente dell’Oms — questo numero «potrebbe crescere fino a raddoppiare», superando gli 1,5 milioni di decessi per tubercolosi dello scorso anno.

Un’ecatombe così non era immaginabile. Eppure c’è chi ancora, da Londra a Madrid, grida in piazza teorie cospirazioniste che reputa più credibili di una realtà così dura. Ma la fase acuta della pandemia è tutt’altro che superata. Tra agosto e settembre le vite perse nel pianeta hanno continuato ad aumentare, assestandosi su una media di 5 mila ogni 24 ore nell’ultima settimana. Con l’India che conta 7.700 vittime ogni 7 giorni, e si avvia a inizio ottobre a superare i 100 mila morti. Nemmeno la metà di quelli degli Stati Uniti, il Paese più colpito sia in termini di casi (7,1 milioni sui 33 globali) sia per vittime, con 205 mila americani che hanno perso la vita da marzo, e continuano a morire a 5 mila alla settimana, con un tasso di fatalità (decessi tra i positivi) sceso dal 5 al 3%. Sono ancora gravi gli effetti in Brasile — secondo con 141 mila vittime, di cui 4.800 circa nell’ultima settimana — e in Messico, dove dal 20 settembre sono morte 3 mila persone (76 mila in totale). Questi quattro Paesi contano insieme più della metà dei decessi di tutto il mondo.

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Con quasi 300 mila nuovi positivi al giorno sul pianeta, una seconda ondata ormai ripartita in mezza Europa e l’autunno alle porte nell’emisfero boreale, le misure restrittive si moltiplicano per evitare di ritornare al punto più critico. Ma è ancora il Sudamerica la zona dove in queste settimane il virus sta facendo i peggiori disastri: in Argentina, Colombia e Perù il numero di decessi quotidiani rimane alto.

Il tasso di letalità del virus nel mondo è difficile da indicare con certezza, perché gli scienziati non sanno davvero quanti abbiano preso il virus senza avere sintomi: nei primi mesi della pandemia i test scarseggiavano, oggi sono in aumento e i dati si fanno più affidabili (il Regno Unito ad aprile ne faceva 15 mila al giorno, ora oltre 200 mila). Paragonare i Paesi, con demografie diverse (e livelli vari di trasparenza sui dati) è complicato. Si va dai 100 morti per 100 mila abitanti del Perù ai 59 dell’Italia, fino ai 7 dell’India. In molti Stati europei c’è stato un eccesso di mortalità che supera i dati ufficiali sui decessi per Covid: nel nostro Paese tra marzo e aprile sono morte circa 44 mila persone in più della media dei cinque anni precedenti, 12 mila in più del numero ufficiale di morti per coronavirus. Ma la scienza — anche grazie a chi ha partecipato a programmi sperimentali, e non sempre è sopravvissuto — ha migliorato i trattamenti: ha scoperto che lo steroide Desametasone aumenta le probabilità di sopravvivenza dei malati in carenza di ossigeno, e che l’uso di un farmaco antivirale velocizza il recupero di chi aveva avuto un grave decorso della malattia. Insieme ad igiene, distanze e mascherine, sono queste le armi dell’uomo in attesa del vaccino.

27 settembre 2020 (modifica il 27 settembre 2020 | 22:53)

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