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Coronavirus, «Non responsabile chi rispetta i protocolli». Svolta sulle imprese

La mediazione per evitare che i datori di lavoro, che applicano le regole, paghino in caso di contagio del dipendente. Il ruolo della commissione Colao, che però si prepara al rompete le righe …

È uno dei sassolini che potrebbe inceppare gli ingranaggi della fase 2. Ma sulla questione della responsabilità del datore di lavoro in caso di contagio del dipendente il governo sembra aver trovato una via d’uscita. La nuova formulazione dice che il «rispetto dei contenuti dei protocolli o delle linee guida (…) costituisce a tutti gli effetti pieno assolvimento dell’obbligo di cui all’articolo 2087 del codice civile», quello che impone al datore di lavoro di adottare le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica del lavoratore. L’azienda che rispetta le regole, con mascherine, rispetto delle distanze, controllo della temperatura e via dicendo è quindi al riparo da ogni responsabilità.

Come spiega la relazione tecnica del nuovo testo, «l’attuale fase di ripartenza, avviata nonostante il rischio di contagio sia ancora sussistente, presuppone la definizione del rischio accettabile». E per questo dai «datori di lavoro si può esigere soltanto l’adozione delle misure di contenimento individuate dai protocolli o dalle linee guida» ma «non si può pretendere a posteriori che abbiano fatto di meglio e di più».

Uno scudo che il Pd vorrebbe inserire in un emendamento al decreto legge imprese, mentre il Movimento 5 Stelle vorrebbe limitarsi a una circolare Inail. E che sarebbe valido non solo per le aziende private ma anche per il datore di lavoro pubblico, lo Stato. Perché il rischio di una valanga di cause di servizio, pur nell’impossibilità di dimostrare con certezza dove sia avvenuto il contagio, avrebbe creato un problema in più alle scuole che, mentre quasi tutto riapre, restano ancora chiuse.

Sulla questione si era concentrata anche la task force guidata da Vittorio Colao. Che ha suggerito proprio questa soluzione, anche se in realtà il governo aveva già pronto il testo e la stessa Inail, l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, ne aveva anticipato le linee generali. «Tenere insieme salute e lavoro — dice Francesca Puglisi (Pd), sottosegretario al Lavoro — è la vera sfida della fase 2. Mantenendo le tutele dell’Inail e allo stesso tempo salvaguardando il datore di lavoro dal rischio di ricevere un avviso di garanzia pur avendo rispettato i protocolli di sicurezza».

Difficile capire se il contributo della commissione Colao sia stato decisivo oppure se sarebbe andata allo stesso modo. Probabilmente sì. Nella relazione tecnica della proposta, però, ci sono ragionamenti fatti anche dalla task force. Per esempio il fatto che la giurisprudenza abbia specificato che l’obbligo di adottare le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica del lavoratore non si estende «a ogni cautela possibile e innominata» ma vada riferito a comportamenti «concretamente individuati o individuabili».

Il tema è stato discusso in uno dei sottogruppi di lavoro della task force, quello sui le aziende, guidato dallo stesso Colao, che ieri si è sentito con Enrico Dario Franceschini e Luigi Di Maio su un altro tema, il turismo, e in particolare sull’ipotesi di accordi bilaterali con Austria e Germania per sostenere i flussi. Per il resto il gruppo di esperti continua a lavorare su quello che dovrebbe essere il suo ultimo documento. L’obiettivo è ambizioso, perché guarda alla fase 3, forse 4. E cioè al rilancio del Paese nel medio-lungo periodo, attraverso l’ammodernamento di tutte le sue strutture. Un lavoro che tocca anche i temi dalla scuola, del turismo, dell’innovazione tecnologica. Più che un documento tecnico, un programma di governo.

Ed è per questo che nelle ultime ore a Palazzo Chigi è cresciuta una freddezza già vista fin dal primo momento. Il premier Giuseppe Conte non ha quasi mai citato Colao nei suoi pur numerosi interventi, e la cosa non è passata inosservata. Di fatto ha addossato a lui la responsabilità di avere poche donne in squadra, ed è stato un passaggio nervoso. È vero che le voci di dimissioni che continuano a rincorrersi non trovano conferme. Ma ai primi di giugno, consegnato l’ultimo rapporto, la task force dovrebbe sciogliersi. Un divorzio consensuale. E senza rimpianti da nessuna delle due parti.

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