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Coronavirus, ora Madrid ha paura Restrizioni non sufficienti

Arriva l’esercito. Negli ospedali un letto su tre è occupato da pazienti Covid. In quattro giorni più di 800mila persone hanno chiesto la deroga per poter uscire dalle aree (teoricamente) confinate …

Il (quasi) lockdown di Madrid non funziona. L’epidemia ha saturato i quartieri affollati di immigrati, ha scavalcato la tangenziale e ora punta dritta sui viali centrali. Le percentuali del contagio da Covid a Madrid fanno paura. Ci sono intere vie con più di un malato ogni cento persone. Negli ospedali un letto su tre è occupato da pazienti Covid. I morti sono anche un quarto dei massimi di maggio: 241 martedì, 130 ieri.
La seconda ondata del Coronavirus è in Europa, la parola tabù è sdoganata. Non ha neppure aspettato l’autunno, ha investito una città calda, piena di sole. La «segunda ola» ha sommerso Madrid quando giovani (asintomatici) e adulti (più deboli) si sono baciati e abbracciati negli incontri di famiglia dopo le vacanze.

Tanti mesi di noiosa prudenza dimenticati per un compleanno o il racconto di un’estate attraversata meglio di come si pensasse. E il virus ha ricominciato a correre. Tra oggi e domani, le autorità della Regione di Madrid decideranno a quali nuove zone della capitale spagnola estendere i divieti in vigore da lunedì. La collaborazione Regione-Stato sta dando qualche frutto. La richiesta di aiuto al governo centrale si è concretizzata in 220 poliziotti per vigilare sugli spostamenti, l’esercito per disinfettare gli uffici pubblici e un decreto per permettere a 300 medici extracomunitari di esercitare nella Sanità spagnola.

Il problema, però, è che l’isolamento «chirurgico» che ha in mente la Presidenta della Comunidad, Isabel Díaz Ayuso, pare insufficiente. Non basta dire che gli spostamenti sono vietati se lavoro, scuola, visite mediche e parenti in difficoltà sono scuse sufficienti per andare sul metrò. Le maglie sono troppo larghe per rallentare il virus. Non basta chiedere di stare a casa. In quattro giorni più di 800mila persone hanno chiesto la deroga per poter uscire dalle aree (teoricamente) confinate. Mancano le pattuglie per strada e, anche se ci fossero, non potrebbero dare multe perché la loro legittimità è tutta da verificare.

Madrid non è ancora in allarme rosso perché il 70% dei posti di rianimazione è libero. L’impennata della curva però è netta. Ci sono oltre 3mila pazienti ricoverati per Covid in città e più di 400 sono in terapia intensiva. In estate erano praticamente zero. La Ayuso sta facendo di tutto per evitare alla capitale spagnola un altro blocco produttivo. Fermare fabbriche, uffici, bar, ristoranti e scuole farebbe sprofondare il Pil oltre quel -21% già previsto per fine anno. Sin da primavera la presidenta aveva seguito la linea minimizzatrice del primo Boris Johnson o di Donald Trump. Un suo assessore alla Sanità si era dimesso per la frustrazione di non essere ascoltato. Ora la si rimprovera di non aver agito abbastanza rapidamente. In effetti le parole di ieri di Salvador Illa, ministro della Salute, ad una radio privata, sono molto più dure dei divieti madrileni. «Io consiglierei a tutti i madrileni, non solo quelli delle zone rosse, di non uscire di casa se non per necessità indifferibili». Chiaro e semplice, vero lockdown. Non solo Madrid è spaventata. Nella regione vinicola de La Rioja più della metà dei letti in terapia intensiva è occupato, in Aragona un terzo, la media nazionale è del 16%. Barcellona si proietta nel 2021 e sposta da marzo a giugno il prossimo Mobile World Congress. Per «prudenza».

23 settembre 2020 (modifica il 23 settembre 2020 | 22:37)

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