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Coronavirus, perché i bimbi in povertà crescono di un milione

L’allarme di Save the Children: alla generazione di chi ha fino a 17 anni mancheranno mezzi economici e istruzione. E tanti lasceranno la scuola …

«Il corona non suona ». I ragazzini di Ostia, confinati in casa, stanno aggrappati ai cellulari contro il virus. E hanno tradotto online la loro rabbia in un rap rockettaro: «Come leoni in gabbia/ ma attaccati a una poltrona/ una voce ti parla/ un pensiero ti ossessiona gridan tutte le finestre/ un sol suono qui risuona/ gridalo anche tu/ il corona non suona (ma noi sì!) / il corona non suona (ma noi sì!) ». È musica di sopravvivenza. «Per scacciare la solitudine e la paura», dicono gli operatori che li hanno aiutati al Punto Luce di via Fasan, periferia sofferente del litorale romano. Chi ha 15 o 16 anni si sfoga così. Per i piccoli è più difficile, non hanno lo spirito di branco a sorreggerli. Ma per tutti è durissima.

Secondo Save the Children, i bambini e gli adolescenti in povertà assoluta rischiano di diventare un milione in più a causa di questa crisi. Nel 2018 erano già un milione e 262 mila (il 12% dei minori italiani, fonte Istat): una cifra triplicata dal 2008, quando erano 375 mila e iniziò il tracollo globale generato dalla Lehman Brothers. Stavolta, con le scuole chiuse, i più giovani potrebbero pagare un doppio scotto. Raffaella Milano, direttrice dei programmi Italia-Ue della onlus, sottolinea che «la crisi per i bambini riguarderà sia la povertà economica che quella educativa». A dispetto di una narrazione a lungo concentrata sugli anziani, gli italiani fino ai 17 anni – già i più colpiti dalla carenza di beni e servizi essenziali – ora dovranno affrontare questa forbice che può fare a pezzi il loro futuro: mancanza di mezzi e di istruzione.

Per Ocse una famiglia su quattro cadrà in povertà se per tre mesi resterà senza reddito, per Eurostat il 30% delle famiglie con minori è già a rischio povertà. I minori in povertà relativa (in una famiglia di tre persone con 1.450 euro al mese) erano già 2 milioni e 192 mila nel 2018. Il problema si intreccia con la formazione e la (spesso velleitaria) didattica a distanza in un’ Italia che appare sempre più a due velocità: mentre ci sono docenti che diffidano i genitori dall’ aiutare i figli negli esami online («Non interferite! Non barate!»), ci sono genitori e figli che andrebbero aiutati ad avercelo, un collegamento online. Secondo il report «Non da soli» di Save the Children, delle 61 mila famiglie con figli tra i 14 e i 19 anni, il 27% non ha accesso a Internet perché troppo costoso o per mancanza di strumenti con i quali connettersi. Un bambino su otto tra gli 11 e i 14 anni non ha mai navigato in Internet negli ultimi tre mesi. Alle medie, per ogni classe di ventiquattro alunni, la didattica a distanza rischia di perderne tre. «Chi prima era a rischio, adesso è fuori». Cristina è stata abbandonata dal marito senza alcun sostegno, con tre figlie di 8, 12 e 16 anni, in una casa popolare di periferia da 60 metri quadrati, senza pc né connessione Internet: «A inizio marzo ancora riuscivo a lavorare da colf per qualche ora, poi sono rimasta disoccupata. Adesso che sono a casa la mia preoccupazione è il cibo, i pochi risparmi stanno finendo».

La seconda preoccupazione sono le liti tra Serena, Claudia ed Elena che si contendono il suo cellulare per star dietro alle lezioni a distanza. Fanno i turni fino a sera: «Ci vogliamo bene, ma è molto difficile». Alice, 9 anni, ogni giorno chiede alla vicina di stamparle i compiti: «Fatica a leggere le schede della scuola dal mio cellulare, sogna un pc», dice la madre. L’ incrocio tra le due povertà di cui parla Raffaella Milano può soffocare. Save the Children sta distribuendo tablet e connessioni gratuite, la «dotazione educativa» per i piccoli: «Ma a Torino c’ erano mamme che al suo posto volevano soldi per la spesa». La scala delle priorità si va ridefinendo al peggio: «Una scuola di Aprilia ci ha chiesto aiuto per rintracciare i bambini: i genitori non risultavano nemmeno nel registro elettronico, erano invisibili».

In questo gap di invisibilità affondano i proclami sulla didattica a distanza. «Temiamo una risalita della dispersione scolastica al 19%, i livelli del 2008», dicono alla onlus che dal 2014 ha aperto venticinque Punti Luce a sostegno dei minori tra i 6 e i 16 anni nelle periferie d’ Italia. Una mappa del disagio che tuttavia ha tinte spesso diverse. Nella periferia milanese del Giambellino, la tenuta delle reti sociali è tale che Valeria Pivetta può già pensare a «riorganizzare il dopo: abbiamo contattato tutti quelli che seguiamo, i 200 ragazzi delle superiori, le 150 famiglie con bambini tra elementari e medie». Molto dipende dal contesto di partenza. L’ impressione è che i ragazzini del Sud pagheranno un prezzo persino più alto dei loro coetanei settentrionali. Barra, Napoli est, è il quartiere più giovane della città ma non ha scuole superiori: ha un tasso di disoccupazione del 40%, una dispersione scolastica del 30%, la camorra sul pianerottolo in attesa di reclute. Qui Giovanni Savino teme di perdere buona parte degli ottomila adolescenti della zona («la tempesta deve ancora venire»).

Il sostegno familiare è un miraggio quando si presentano famiglie che non sanno cosa sia un buono alimentare, «e, ogni volta che parla Conte in tv, dieci o dodici di loro ci chiedono di tradurglielo perché non hanno capito quello che ha detto». Allo Zen di Palermo, col suo quasi 100% di occupazioni abusive e la mafia storica colonizzatrice, di 70 bambini del Punto Luce nessuno ha un pc a casa. Droga e alcol sono demoni sul comodino. Molti hanno ribaltato i ritmi di vita, dormono di giorno e a sera s’ impossessano del cellulare dei genitori per sfogare le paure: «Un ragazzino m’ ha telefonato alle tre di notte e mi ha detto: per favore, parla col sindaco, digli di fare una disinfestazione! », s’ intenerisce Mariangela Di Ganci. Per molti, quel contatto è l’ unico salvagente. Un bambino di prima media chiama la sua guida al Punto Luce di Torre Maura, nella Roma piagata dagli scontri etnici: «Claudio, grazie di tutto eh! In matematica ho preso sei più e ad analisi logica sei più! Grazie, eh, sto andando benissimo!». Pare contento come se si fosse laureato: e forse ha anche un po’ ragione.

9 aprile 2020 (modifica il 9 aprile 2020 | 07:22)

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