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Coronavirus Milano - Cronaca

Coronavirus, speculazione sulle mascherine: prezzi cresciuti del 300%. La Procura indaga per speculazione

Accertamenti sul viavai dalla Svizzera con rincaro del 300 per cento: «L’aumento all’ingrosso sarebbe stato frutto di una manovra speculativa su merci» …

Diciotto centesimi, ottanta centesimi, due euro: se si legge il Vangelo si trova il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, se si legge un «avviso di conclusione indagini» capita di imbattersi nel miracolo della moltiplicazione istantanea del prezzo all’ingrosso delle mascherine da 18 a 80 centesimi l’una (poi rivenduta al dettaglio in farmacia a 2 euro) a inizio pandemia: un aumento all’ingrosso del 300 per cento, che per la Procura di Milano sarebbe stato frutto di «manovra speculativa su merci» (da 6 mesi a 3 anni) innescata semplicemente facendo fare nella stessa giornata il «giro del piazzale» alle medesime mascherine fatte figurare come importate dall’Italia in Svizzera e poi subito riesportate dalla Svizzera all’Italia, mentre per la difesa sarebbe invece stato un ricarico del tutto ragionevole in quella fase di mercato e nell’ambito di una reale importazione dei dispositivi di protezione.

L’infrequente ipotesi di reato contestata dalla Procura milanese, 501 bis, punisce «chiunque, nell’esercizio di qualsiasi attività produttiva o commerciale, compie manovre speculative ovvero occulta, accaparra od incetta materie prime, generi alimentari di largo consumo o prodotti di prima necessità, in modo atto a determinarne la rarefazione o il rincaro sul mercato interno». Nel caso specifico, che riguarda una partita di 86.400 mascherine chirurgiche, il pm Paolo Filippini mette a confronto la fattura che il 28 febbraio scorso mostra la società svizzera Vivendo Pharma Gmbh acquistarle dalla società italiana Mediberg srl a 0,18 euro l’una, e la fattura che quello stesso 28 febbraio mostra la società svizzera Vivendo Pharma Gmbh venderle alla società italiana Anseris Farma srl a 0,80 euro l’una: la GdF e la Procura ne deducono che le mascherine, fisicamente sempre rimaste in Italia, avrebbero appunto fatto solo «il cosiddetto giro del piazzale» in modo che la formale importazione in Svizzera creasse le premesse dell’aumento, «così compiendo manovre speculative, su dispositivi di protezione per la salute pubblica, idonee a determinare sul mercato interno il rincaro del prezzo delle mascherine». Mascherine, aggiunge l’indagine che però su quest’altro versante non ha più titolo per intervenire, «successivamente rivendute ad altre imprese operanti nel commercio di prodotti sanitari a un prezzo medio di 2 euro a mascherina».

Questa ricostruzione è respinta dall’amministratrice della società svizzera, Alessandra Moglia, nata in Italia ma con cittadinanza svizzera da molti anni, la cui difesa, affidata all’avvocato Francesco Colaianni, rimarca di poter documentare che l’esportazione dall’Italia in Svizzera (fatture di vendita nello stesso giorno ma fatture di trasporto in giorni diversi) sarebbe stata reale e non formale: anzi, all’interno di alcuni bancali di mascherine acquistati in Italia e «caricati» (come spesso avviene) in un deposito doganale in sospensione di Iva, la maggior parte fu poi venduta a enti pubblici elvetici, che per la difesa ne avrebbero anche certificato la correttezza del prezzo, mentre la parte minore fu poi rivenduta alla società italiana acquirente. È vero che il ricarico fu del 300 per cento, ma questo margine di profitto per la difesa sarebbe stato in linea con il lavoro necessario in quel periodo per trovare i fornitori di un prodotto che andava a ruba, e frutto dell’azzeccata intuizione profetico-imprenditoriale di chi aveva avviato questa operazione commerciale già alla fine di gennaio, ben prima che in febbraio crescesse la fame di mascherine sfociata nel lockdown di marzo. In caso di processo è infine immaginabile — come avvenuto in un caso a Lecce nel quale il Tribunale del Riesame ha annullato un sequestro — che accusa e difesa battaglino sul presupposto della fattispecie di reato, e cioè l’«idoneità» ad alterare i prezzi di mercato, visto che ad avviso della difesa 86.000 mascherine non potrebbero essere considerate quantitativo tale da poter alterare i volumi del mercato interno.

La società svizzera è curiosamente la stessa che, quasi negli stessi giorni, indicò ad Aria spa (la centrale acquisti della Regione Lombardia) il nome di un fornitore di Perugia in grado di assicurare una partita di milioni di mascherine: il fornitore perugino pretese e ottenne dalla Regione il pagamento anticipato di 7 milioni e 200 mila euro, salvo poi accampare vari imprevisti dalla Turchia come motivo dei ritardi nell’adempiere al contratto. Una vicenda sulla quale la Procura di Milano, che con il pm Luigi Luzi riuscì a sequestrare di corsa tutti i soldi e a restituirli alla Regione Lombardia, ha in corso una inchiesta sul fornitore perugino per l’ipotesi di frode in pubbliche forniture.

16 novembre 2020 | 07:15

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