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Coronavirus Cronache

Covid, con i vaccini letalità del virus giù dell’80%: ora uccide poco più dell’influenza

Lo studio dell’Ispi sugli effetti sulla popolazione del piano di immunizzazione. Ma per chi non è protetto i rischi rimangono gli stessi …

In un’Italia tutta in zona bianca la domanda resta la stessa di sempre: qual è oggi la pericolosità del Covid-19, ossia quante persone rischia di uccidere? È l’interrogativo da cui dipende la ripartenza dell’Italia e delle nostre vite. E la letalità del virus a livello di popolazione generale adesso, finalmente, è quasi sovrapponibile a quella dell’influenza. Lo è grazie ai vaccini che stanno procedendo a ritmo veloce, in parallelo alle precauzioni indispensabili per continuare a tenere controllata la circolazione del virus (importante anche per evitare le varianti). Non è più una previsione, ma un dato di fatto. L’obiettivo atteso da mesi è ormai a un passo. Vediamo, con l’aiuto del ricercatore Matteo Villa dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), a che punto siamo e perché.

Come cambia la curva

Ricordiamoci che per chi non è vaccinato il rischio di contagiarsi, essere ricoverato o morire se contrae l’infezione non cambia. Gli studi internazionali, che tengono conto di test sierologici su larga scala, vanno tutti nella stessa direzione: la letalità è del 13% per gli over 90, del 7% per gli 80-89enni, del 3% tra i 70 e i 79 anni, dell’1,5% tra i 60 e 69, e via a scendere ben sotto lo 0,1% per gli under 40. Così se dai singoli casi passiamo all’impatto sociale del Covid in termini di decessi sull’intera popolazione ormai abbiamo capito che, in assenza di misure di contenimento e/o di vaccini, il virus uccide dieci volte di più dell’influenza stagionale: per renderlo paragonabile, dunque, a quest’ultima bisogna ridurre la sua letalità del 90%. Le cose stanno andando proprio in questa direzione. La prova tangibile sono i dati, mai così bassi dallo scorso autunno. I casi giornalieri e i nuovi ricoveri in terapia intensiva sono crollati di circa il 95% rispetto ai momenti più neri della terza ondata: 22.633 contagi in un giorno il 17 marzo (media mobile su 7 giorni) con 324 ingressi in rianimazione, contro poco più di mille infezioni in media degli ultimi giorni e tredici nuovi pazienti in rianimazione. E anche il bollettino dei decessi vede un -91% (la diminuzione è da 442 il 4 aprile a 38, percentualmente inferiore perché a quella data iniziava già un contenimento dei decessi grazie ai vaccini agli over-80).

Gli immunizzati

Succede perché il 58% degli italiani vaccinabili ha ricevuto almeno una dose: il 93% tra gli 80enni, l’86% tra i 70enni, l’80% tra i 60enni, il 67% tra i 50enni, il 46% tra i 40enni, il 31% tra i 30enni, il 25% tra i 20enni, e il 18% sotto. Vuol dire avere vaccinato con una dose oltre 31 milioni di persone, di cui oltre più di un milione con il monodose Janssen. Ciclo completato, dunque, compresi i vaccinati con Janssen, per almeno 15 milioni (28% della popolazione vaccinabile). E i numeri, al netto di qualche inciampo, si aggiornano di ora in ora. Con che risultati? Un recente lavoro dell’Istituto superiore di Sanità, dal titolo «Impatto della vaccinazione Covid-19 sul rischio di infezione da Sars-CoV-2 e successivo ricovero e decesso in Italia», stima di quanto i rischi di infezione, ricovero, ammissione in terapia intensiva e decesso diminuiscano rapidamente dopo le prime due settimane. Dopo 35 giorni si osserva una stabilizzazione di questa riduzione che è di circa l’80% per il rischio di diagnosi, il 90% per il rischio di ricovero e di finire in rianimazione e il 95% per il rischio di decesso.

Il modello matematico

Questi dati, uniti al tasso di letalità per fascia di popolazione, sono stati utilizzati dall’Ispi per elaborare il modello matematico che permette di calcolare quanto stia cambiando la pericolosità sociale del virus. Insomma: quanto siamo vicini al -90% che lo rende come l’influenza? Nell’algoritmo vengono inseriti nell’ordine la popolazione, il tasso di letalità per fascia d’età, e la percentuale di vaccinati via via per ciascuna di queste, per arrivare a definire di quanto stia calando l’impatto del Covid in termini di morti dopo la prima dose e dopo la seconda. Esempio: se su 100 ottantenni ne sono stati vaccinati con due dosi 85, a parità di contagi, il numero di ottantenni a rischio di morire di Covid calerà di poco meno dell’85%. L’effetto pieno della vaccinazione viene fatto scattare a 14 giorni dalla somministrazione della seconda dose, quando la protezione è accertata. Risultato: oggi la pericolosità del Covid si è ridotta dell’80%, a un passo da quel 90% che lo rende paragonabile all’influenza e così come aveva previsto il Corriere nel Dataroom del 22 marzo. Allora, la previsione per la ripartenza era stata simbolicamente indicata nella data del 25 giugno: e adesso ci siamo. Agli immuni da vaccino va intersecato il numero di italiani che, secondo l’Istituto Kessler, hanno gli anticorpi perché hanno contratto il virus: tra gli 11 e i 16 milioni (i numeri ufficiali sono intorno ai 4 milioni perché tengono conto solo dei tamponati). Non sappiamo quanti di questi guariti siano anche vaccinati, ma ciò spiega ulteriormente un ormai elevato livello di protezione della popolazione.

Gli scenari futuri

Il difficile compito del governo è di bilanciare nel modo più corretto possibile le riaperture con la percentuale di popolazione vaccinata o immune perché guarita: i riconquistati e tanto attesi spazi di libertà devono procedere tenendo il più possibile bassa la circolazione del virus, in attesa di percentuali sempre maggiori di vaccinati. Un errore su questo fronte, a maggior ragione con varianti più contagiose del virus, può provocare ricoveri e morti che sarebbero invece evitabili con un po’ di prudenza. Perché se è vero che l’impatto del Covid sulla popolazione ormai è quasi quello dell’influenza, è altresì innegabile che per chi non è vaccinato gli effetti restano quelli di sempre.

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sravizza@corriere.it

22 giugno 2021 (modifica il 22 giugno 2021 | 07:03)

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