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Covid, «I sogni, le paure e noi». Tra i ragazzi di Napoli nell’anno nero del virus

Abbandono scolastico e scintille di coscienza sociale . Le voci dei quartieri raccolte dai Maestri di strada …

Raffaella, 12 anni, risolve in poche parole il rebus complottista nuovamente rilanciato da Matteo Salvini al Senato: «Ancora si devono mettere d’accordo se sia stato creato o infettato da animali. Ma in tutti e due i casi è colpa nostra». La sua compagna Annalisa mostra un senso di finitudine impensabile a quell’età prima della pandemia: «Con questo coronavirus ho capito che non bisogna sprecare il tempo, che la vita è molto importante e che ogni minuto che passa dobbiamo essere felici». Gennaro, 11 anni, stufo di mezze misure, non sta a sottilizzare sulla carica istituzionale purché a Natale ci sia uno sceriffo: «La gente si lamenta che non può uscire, ma se escono tutto questo non finirà, se lo devono mettere in testa. Il caro sindaco De Luca invece di dire solo NOI CHIUDEREMO TUTTO a chi esce falli arrestare proprio, così imparano. Ahhh mi sono sfogato!».

Le loro voci, raccolte in temi, testi brevi e pensierini dalla onlus Maestri di strada, salgono da Ponticelli, San Giovanni, Barra, dalla periferia orientale e più problematica di Napoli. Dal Sesto municipio, il più popoloso e più giovane della città. Dalle medie degli istituti comprensivi Porchiano Borgia, Aldo Moro e Marino-Santa Rosa. Dieci anni fa questo quadrante aveva una dispersione scolastica più che doppia rispetto alla media napoletana. Barra ha tuttora il 30% di abbandoni precoci. Volontari e associazioni hanno combattuto (e combattono) una battaglia piazza dopo piazza, classe dopo classe, per strappare bambini e ragazzi a un destino segnato: l’addio ai libri, il veloce riflusso verso la marginalità o la criminalità organizzata. Il Covid-19 è la variabile impazzita, la didattica a distanza spesso è un miraggio.

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Secondo il report «Non da soli», redatto da Save the children la scorsa primavera (durante il primo lockdown), su 61 mila famiglie con figli tra i 14 e i 19 anni, il 27% non aveva accesso a Internet perché troppo costoso o per mancanza di strumenti con i quali connettersi. Un bambino su otto tra gli 11 e i 14 anni non aveva mai navigato in Internet negli ultimi tre mesi. Alle medie, per ogni classe di ventiquattro alunni, la didattica a distanza rischiava di perderne tre. «Chi prima era a rischio, adesso è fuori», spiegavano i volontari. L’estate bruciata nell’illusione della salvezza e l’autunno delle nuove chiusure non hanno migliorato la situazione.

È questa dunque la generazione della grande incognita, perché ignoriamo quali effetti avrà a lungo termine su di loro il terrificante 2020 che sta per finire, con un’insegnamento frammentato e tanti giorni trascorsi in casa, da piccoli reclusi. Sono questi i figli della generazione «Io speriamo che me la cavo», stretta tra camorra e miseria a cavallo tra gli anni Ottanta e i primi Novanta, e narrata da Arzano, nord della provincia napoletana, nel libro del maestro Marcello d’Orta («…a Arzano non c’è nessuno che chiede la limosina (sic) perché sa che nessuno gliela può dare»).

Eppure sembrano una generazione già assai diversa. Sono spaventati, sì, «penso solo che quest’anno per me è un trauma e lo sarà»; solitari, certo, «quando sei in casa sei solo coi tuoi pensieri, specialmente quelli brutti»; e tuttavia sognatori, «quasi tutti i pomeriggi mi affaccio e nelle nuvole vedo qualsiasi cosa… mi prendono in giro però alla fine penso che un po’ i pazzi sono anche loro, perché tutti i giorni abbiamo il cielo e non se ne rendono conto», scrive Lucia, 15 anni: «Nel primo lockdown sognavo quasi tutte le notti di scappare dal balcone, tipo come nei film che si prendono le lenzuola e si attaccano come fossero corde (…) .Una cosa che mi faceva proprio impazzire era pensare al tratto di strada che facevo per andare a scuola, che mi è sempre piaciuto per l’aria fresca, poche automobili, l’aria sembrava molto più limpida e chiara. Quello mi piaceva tantissimo, infatti volevo scappare solo per uscire e camminare di mattina, di prima mattina».

Se la didattica a distanza funziona poco e male, e allarga il gap tra poveri e ricchi, la nativa cultura digitale serve a combattere insieme (quando un cellulare o un pc sono disponibili…), come con il rap lanciato per sfida da Claudia: «Ci incontravamo in videochiamata ogni giorno… formavamo rime finché è uscito il Rap d’a quarantena: “Nu pacc e sogn/ pe affrunta’ sti juorn/ pe turna’ miez’ a via/ senza ce mettere scuorn” (un pacco di sogni per affrontate questi giorni, per tornare in mezzo alla strada senza vergognarci). «La bellezza tragica sta nel rendersi conto che i bambini non mostrano affatto la difficoltà di stare connessi, fusi tra casa e scuola», raccontano i Maestri di strada (45 educatori a sostegno di oltre 300 studenti in 25 scuole napoletane). E spiegano che si può crescere, «perché nei momenti di crisi l’ovvio si distrugge e lo sguardo va oltre». Fare rete è un’espressione un po’ grossa in posti dove la disoccupazione supera il 40%. E però Antonella, 13 anni, proprio a quello sembra pensare, quando scrive che «al governo devono cercare un modo per aiutare tutta l’Italia, perché qui non stiamo parlando solo del virus ma anche del lavoro che alcune persone non possono dare a mangiare ai propri figli e secondo me devono assolutamente risolvere perché come stiamo andando fa letteralmente schifo». In un contesto narrato quasi sempre per il suo folclore, piccole scintille di coscienza sociale crescono.

21 dicembre 2020 (modifica il 21 dicembre 2020 | 22:14)

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