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Coronavirus Cronache

Covid, Pietro: «Ho lottato 230 giorni contro il virus. Nei mesi in ospedale mi mancava tutto»

Pietro Pelissero, 73 anni, di Marene (Cuneo), si è presentato il 7 marzo al Pronto soccorso con sintomi simili a quelli del coronavirus. È stato ricoverato 230 giorni a causa delle complicanze dovute al virus e alle infezioni «collaterali» affrontate …

«Tutto, mi mancava tutto». La voce di Pietro Pelissero trema d’emozione («Mi sono commosso a rimettere i piedi a casa») e si interrompe spesso per frenare le lacrime («Non sapevo che fossero successe tutte queste cose, qui in paese»). Il paese è Marene, in provincia di Cuneo. «Tutte queste cose» sono i fatti drammatici che gli stanno raccontando un po’ alla volta. Perché lui, 73 anni, è di nuovo a casa sua da venerdì ma ne mancava dai giorni più neri dell’epidemia, a marzo. Il 7 di quel mese si era presentato al Pronto soccorso con sintomi che sembravano quelli del coronavirus e non c’era voluto molto a sapere che sì, era proprio quello. Ricoverato in un reparto Covid, è finito presto in terapia intensiva e il suo fisico robusto, che la vita da agricoltore aveva abituato alla fatica, è diventato all’improvviso debolissimo, si è temuto il peggio. E invece Pietro a maggio ha chiuso i conti con il Covid: non più infetto.

Ma ci sono voluti tutti questi mesi per guarire dalle infezioni «collaterali», chiamiamole così, e dalle complicazioni varie che ha dovuto affrontare. Finché la struttura riabilitativa che lo aveva in cura ha deciso l’altro giorno che era tempo di lasciarlo andare. Lui è arrivato davanti alla porta di casa e ha dosato sorrisi e voglia di piangere nel vedere lo striscione e i palloncini colorati che avevano preparato per accoglierlo: c’era scritto «bentornato Pietro», con i cuoricini rossi sparsi fra le lettere. Dopo 230 giorni era di nuovo davanti a quel che aveva lasciato a marzo. Sua cognata Caterina racconta che lui non è mai stato sposato e non ha mai avuto figli, ma in paese ha sempre contato su tanti amici e non tutti sono sopravvissuti al virus. Così venerdì lei e suo marito — il fratello di Pietro — gli hanno raccontato un po’ di quel che è successo. «Qui ci conosciamo tutti», dice lei, «chi è rimasto in paese ha saputo man mano quel che accadeva ma lui in ospedale guardava un po’ di tv con le notizie nazionali, nient’altro».

Durante i mesi di riabilitazione è sempre valsa la regola di visite brevi e con il contagocce, quindi non c’è mai stato modo di parlarsi a lungo e chiedere di questo o di quello. «Adesso gli abbiamo detto un po’ di cose ma ne mancano ancora tantissime» racconta Caterina. «Lui si emoziona, spesso ha le lacrime agli occhi. Non è facile… A Marene abbiamo avuto 7-8 vittime e fra loro ci sono anche amici suoi». «Ora sto abbastanza bene, anche se non ho ancora ripreso con l’orto», dice lui. Pensa con un po’ di timore alle due visite di controllo già fissate, giura che «la mascherina la uso eccome», spera «che tutto torni come prima», ha una voglia matta di rivedere i suoi nipoti (una decina) che «non sono venuti ad accogliermi perché bisogna stare attenti, molto attenti».

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La storia di Pietro è la storia di un soldato che torna dal fronte. Lui è sopravvissuto ma il nemico è ancora ovunque. Era spaventoso quella mattina del 7 marzo, mentre andava in ospedale, ed è spaventoso anche adesso che (in teoria) non dovrebbe più fargli del male. Quest’uomo è fra i pochi italiani che dal paziente uno di Codogno fino a oggi non ha mai conosciuto nessun giorno di tregua. Il virus lo ha tenuto sotto assedio, ma lui in questi mesi ha imparato una cosa fondamentale: resistere.

25 ottobre 2020 (modifica il 25 ottobre 2020 | 08:57)

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