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Elisa Fuksas: con il cellulare ho girato la mia malattia

«Sola in campagna, durante il lockdown, con il cancro alla tiroide» …

Il suo nuovo film avrebbe dovuto essere un documentario ispirato al viaggio a cavallo di Battisti e Mogol. «Ma la vita — racconta Elisa Fuksas, già regista di Nina e The App, presentato nella sezione Notti veneziane delle Giornate degli Autori con iSola, girato con il cellulare nelle settimane di lockdown— ha fatto saltare ogni piano». La scoperta, casuale, di un nodulo maligno alla tiroide, il blackout causato dalla scoperta, l’operazione fissata il prima possibile. «Per il 17 marzo scorso. E poi, pochi giorni prima, l’intero Paese e quindi il mondo sequestrati da un virus misterioso, di cui allora sapevamo quasi nulla. Operazione rimandata. E mi sono ritrovata da sola in casa in compagnia del mio cane, con il cancro, la pandemia fuori e Dio intorno».

La conversione al cattolicesimo

Un anno prima per Elisa Fuksas era arrivata la conversione al cattolicesimo, raccontata nel libro Ama e fai quello che vuoi (appena pubblicato da Marsilio), un «romanzo in technicolor», lo definisce. «Mi sono battezzata nella primavera 2019, non posso dire di essermi convertita perché non credevo in niente. Prima ero moralista, più ideologica, chiusa, giudicante, nei miei confronti e nei confronti del mondo che pensiamo più nemico che amico. Ora sono più libera. Le cose succedono a prescindere da noi. Il libro racconta questo catechismo sgangherato di donna contemporanea, non sono diventata una suora laica. Sono quello che ero. Il mio modo di vedere Gesù è partire dall’uomo per trovare il mistero».

Un film per affrontare la malattia

Dopo pochi giorni dall’inizio del lockdown, nella sua casa nel cuore di Roma, nella zona del ghetto ebraico, la scoperta di un’altra malattia. «Quella della mia migliore amica, a Milano, dove il Covid faceva ancora più paura, essendo l’epicentro della pandemia». Il risultato è iSola, partito come diario intimo che pian piano ha preso una sua forma grazie ai video girati con il cellulare. «Non nasce come un film, ma come antidoto a un problema. Alla mia paura. Di stare male, del virus, di stare sola». Con sincerità e leggerezza, senza mascherare paure e timori, ma neanche ironia e tocchi di umorismo. «Il mio modo di affrontare questi mesi di vita sospesa è stato di accettazione curiosa. Ho iniziato a girare video di me, di quello che vedevo dalla finestra, delle strade vuote, dove non andavo volentieri. Non mi è sembrata bella Roma in quei giorni. E, poi, le conversazioni a distanza con familiari, amici, medici, ex fidanzati. Cose personali che mandavo alle persone care per mantenere i contatti. E conservare la memoria di quei giorni, come una scatola nera».

«Siamo stati delle isole, chiusi nelle nostre case»

L’esperienza del confinamento, racconta, è stata comune a quella di molti. «All’inizio non riuscivo a leggere, guardare film. Non mi sono mai distratta. Era un gigantesco spettacolo che volevo vedere. Siamo stati tutte delle isole, chiusi nelle nostre case». Non aveva previsto di usare il telefono come macchina da presa, il film ha preso forma da solo. «E grazie al montaggio di Natalie Cristiani, una cara amica. Segue un ordine cronologico, non abbiamo fatto nulla per raffinarlo o abbellirlo. Il contrario del libro che è nato con una struttura precisa». Non aveva neanche previsto di parlare di se stessa, mettersi al centro del racconto. « In fase di montaggio mi guardavo come guardassi un’attrice». Prodotto da Indiana con Raicinema non ha ancora distribuzione. «Troverà la sua strada. Ne sono sicura».

4 settembre 2020 (modifica il 4 settembre 2020 | 21:20)

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