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Fratelli di mascherina

Non me ne vogliano i maestri di Time, ma per me la Persona dell’Anno è la mascherina, che non sarà una persona però lo è diventata, umanizzandosi a mano a mano che gli effetti della pandemia la rendevano un tema divisivo e un segnale distintivo. L’abbiamo amata, odiata, portata sotto il naso o ripiegata nel taschino come una pochette, appesa dietro l’orecchio come una biro, calata sul collo come un fazzoletto e buttata per terra, considerandola troppo sensibile per finire dentro un cestino indifferenziato. Qualcuno ne ha rovesciato il senso e ha pensato fosse uno scudo, mentre invece è la sicura della pistola: e la pistola siamo noi.

Ha fatto irruzione in tutte le foto e in tutti i discorsi, e da giovedì è tornata a essere obbligatoria all’aperto in alcune regioni. Nessuno in Europa ne ha fatto un uso tanto assiduo e affettuoso quanto noi italiani. È diventata la nostra arma di riscossa e il simbolo di una inattesa serietà. Giovedì ce lo hanno riconosciuto Mattarella, e ne siamo orgogliosi, e Briatore, e qui siamo addirittura commossi. Nel giorno in cui (alla buon’ora!) la mascherina è stata imposta anche nei ristoranti di Londra, Briatore P.C. (Post Covid) ha lodato la superiore disciplina degli italiani. In sostanza ci ha fatto i complimenti per essere stati, forse, più rigorosi di lui. Il lui di prima, si intende. Cambiare idea è sempre sintomo di intelligenza. Folgorati sulla via di Damasco. Anzi, di Damascherina.

25 settembre 2020, 07:16 – modifica il 25 settembre 2020 | 07:17

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