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Giulio Tremonti: «Il coronavirus? Mostra la crisi della globalizzazione»

L’ex ministro e saggista: «La Cina è cresciuta troppo rapidamente, ora il suo ruolo è a rischio. E’ un momento epocale. I Pil di Usa, Ue e Cina scenderanno più delle previsioni» …

Giulio Tremonti stende sul tavolo un’immagine notturna della Cina presa dal satellite. «Il coronavirus è l’epifenomeno ma la radice di quello che sta succedendo è in questa fotografia», dice. La costa, da Nord a Sud, è totalmente illuminata, l’interno è buio, a parte alcune aree attorno a Pechino e a qualche grande città. «È un buco nero; e ad avere prodotto questo incidente della Storia è proprio la contraddizione che si è aperta tra la parte meno sviluppata del Paese e quella costiera iper avanzata — chiarisce l’ex ministro dell’Economia —. La crescita della Cina negli scorsi due decenni è stata troppo rapida, una forzatura che ha creato grandi squilibri».

Tremonti ha sostenuto sin dai primi anni Duemila — in libri, articoli, convegni e da ministro dei governi Berlusconi — che il ritmo accelerato della mondializzazione dell’economia sarebbe stato insostenibile. Sull’oggi, che considera un momento di svolta per l’intero mondo, ha scritto un nuovo capitolo, in forma di almanacco, per la quarta edizione del libro «Le tre profezie», che uscirà tra pochi giorni per le edizioni Solferino. Alla lettera C scrive che il coronavirus «arriva oggi dopo il fantasmagorico, felice ma artificiale trentennio della globalizzazione» e che è «un cambio radicale nel paradigma finora positivo e progressivo» della globalizzazione stessa.

Dove vede l’origine di questo «incidente della Storia»?
«La Cina ha un grande problema demografico, mezzo miliardo di persone anziane. Quando, nel 2009, Xi Jinping, che allora non era ancora presidente, mi invitò a tenere una lezione alla scuola del Partito Comunista, mi fu detto che l’obiettivo era fare diventare i cinesi un po’ più ricchi prima che diventassero vecchi. E in questa direzione si sono lanciati, per esempio puntando sull’intelligenza artificiale come sostituto della manifattura. È una corsa che ha creato un impressionante squilibrio geografico. Oggi ci sono due Cina: quella esterna iper-sviluppata, quella interna ferma in un’arretratezza millenaria».

Il risultato?
«Si è rotto il paradigma che ha sostenuto questo sforzo. All’interno della Cina e fuori. A Pechino mi sembrano terrorizzati: credo più per gli squilibri economici e politici che il coronavirus ha creato che non per gli aspetti sanitari. Verso l’estero, è evidente che questa crisi è un colpo duro per la Cina».

Quanto duro?
«Quanto duro lo vedremo nel tempo ma il Paese che era un modello di stabilità ha perso questa caratteristica. Da subito ne stiamo vedendo le conseguenze economiche».

In Borsa e oltre.
«I crolli delle Borse sono la cosa visibile ma forse meno rilevante. Già gli Stati Uniti di Trump stavano portando un attacco commerciale e tecnologico ai cinesi: hanno visto nella Huawei che fornisce le reti di telecomunicazione 5G un Momento Sputnik, quando l’Unione Sovietica negli Anni Cinquanta li superò nello spazio. A questa tensione si aggiunge ora il contraccolpo economico del coronavirus, che sarà molto consistente».

Quanto?
«Il Pil di Cina, Europa e Stati Uniti scenderà parecchio più delle previsioni ufficiali, le stime vanno corrette al ribasso. Oltre all’aspetto diretto della crisi, che avrà forti ricadute sociali ed economiche, saranno da ricostruire le filiere produttive mondiali che avevano al centro la Cina, ora mezza bloccata. In più, viene meno la fiducia nell’automatismo progressivo della globalizzazione. La cascata di conseguenze sarà ampia, anche sul versante politico, a Pechino e nel resto del mondo. È un momento di enorme cambiamento».

C’è chi parla di un intervento coordinato delle maggiori banche centrali per sostenere l’economia.
«Non credo a discorsi di questo tipo. La finanza è all’origine di questa crisi della globalizzazione, non può essere la soluzione. Gli spazi per abbassare i tassi d’interesse, tra l’altro, sono minimi ovunque. Credo invece che debba tornare la politica. Magari con un piano di investimenti pubblici. E in Europa con la creazione di Eurobond estesi anche al settore della Difesa, dal momento che il passaggio che stiamo vivendo è straordinario e occorre essere pronti a scelte non facili».

L’Italia?
«Ho l’impressione che ci siano analogie con l’8 settembre. Di fronte all’emergenza sanitaria, il governo non ha fatto quello che doveva, ha lasciato che ognuno andasse per i fatti suoi. L’economia era già ferma, poi è arrivata la Cina e poi il pasticcio che ci siamo fatti da soli. Ma non sono del tutto pessimista: dopo l’8 settembre è arrivata la Resistenza».

1 marzo 2020 (modifica il 1 marzo 2020 | 23:04)

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