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Il coronavirus? Un detonatore politico dal Libano alla Bielorussia. In Mali il primo golpe dell’era Covid

La pandemia ha messo in evidenza disuguaglianze sociali e fallimenti dei governi, alimentando la rabbia popolare. Ma è più facile rimuovere vecchi regimi corrotti che sostituirli con qualcosa di nuovo   …

In Mali si è consumato il primo colpo di stato al tempo del coronavirus. Certo le ragioni che hanno portato a estromettere il presidente Keïta e il suo governo precedevano di gran lunga l’arrivo della pandemia. Il Paese ai piedi del Sahara, tra i più poveri al mondo, è noto da anni per la sua instabilità politica e la grave insicurezza per i frequenti attacchi terroristici e i conflitti intercomunitari. Il virus ha quindi piuttosto fatto da detonatore di una crisi già in atto, come del resto accaduto in altre zone del mondo: dal Libano, dove il premier si è dimesso su pressioni della piazza dopo la tragica esplosione al porto di Beirut, alla Bielorussia dove i manifestanti chiedono il passo indietro del presidente-dittatore. La paura dei contagi non ha fermato le proteste nemmeno in Thailandia e negli Stati Uniti, con migliaia e migliaia di persone mobilitate.

In Mali era da mesi che montava lo scontento popolare verso un presidente che si era insediato dopo un golpe, nel 2012, con la promessa di liberare il Paese dalla morsa degli estremisti islamici, dare pace e rimettere in sesto l’economia. La tensione è salita lo scorso marzo quando, nonostante il lockdown, Keïta ha voluto comunque che si svolgessero le elezioni parlamentari. Il rapimento del leader dell’opposizione durante la campagna elettorale prima e poi l’annullamento del risultato in una trentina di collegi da parte della Corte costituzionale hanno acceso rabbia e proteste, poi degenerate a luglio negli attacchi al Parlamento e alla tv nazionale: tre giorni di disordini civili con una decina di morti. Le restrizioni imposte per la prima volta a marzo hanno portato a un’ulteriore devastazione economica di quello che era già uno dei paesi più poveri al mondo. Senza peraltro arginare la crescente ondata di violenza di matrice jihadista e intercomunitaria, nonostante la presenza di oltre 4500 militari francesi e circa 13 mila peacekeepers dell’Onu.

Non stupisce così che molti dei manifestanti che da mesi scendono in piazza a Bamako chiedendo la cacciata di Keïta in nome di un maggior benessere e la fine delle violenze abbiano dato il benvenuto al colpo di stato militare. In realtà, avverte anche il Washington Post, questo golpe potrebbe ostacolare il raggiungimento di entrambi gli obiettivi nel breve periodo. Gli analisti mettono in guardia che questo colpo di mano – condannato da più parti: Unione Africana, Nazioni Unite, Ue e leader europei, prima di tutti il presidente francese Macron – potrebbe danneggiare il commercio d’oro, asset dell’economia maliana, più di quanto abbia fatto finora il coronavirus: Parigi potrebbe essere riluttante a lavorare con chi ha cacciato un alleato chiave; le leggi Usa vietano espressamente di aiutare governi post golpe.
Insomma la pandemia ha messo in evidenza le disuguaglianze sociali e le inadeguatezze, i fallimenti di molti governi. Ma sembra più facile rimuovere vecchi regimi corrotti che sostituirli con qualcosa di nuovo.

20 agosto 2020 (modifica il 20 agosto 2020 | 19:06)

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Sorgente articoli: Vai

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