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Coronavirus Cronache

Il Papa, l’enciclica, la pandemia: «Il virus non è castigo divino, ma il dolore non sia inutile»

Esce «Fratelli tutti», per Francesco «la realtà geme e si ribella», serve una svolta: economia e politica al servizio del bene comune, riforma dell’Onu, «governance globale» delle migrazioni …

CITTÀ DEL VATICANO «Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt», sono le lacrime delle cose e le vicende umane toccano la mente, o il cuore: Papa Francesco sceglie i versi di Virgilio, le parole commosse di Enea in fuga dalla distruzione di Troia, per dire il dolore del mondo nel tempo della pandemia: «Se tutto è connesso, è difficile pensare che questo disastro mondiale non sia in rapporto con il nostro modo di porci rispetto alla realtà, pretendendo di essere padroni assoluti della propria vita e di tutto ciò che esiste. Non voglio dire che si tratta di una sorta di castigo divino. E neppure basterebbe affermare che il danno causato alla natura alla fine chiede il conto dei nostri soprusi. È la realtà stessa che geme e si ribella». L’enciclica «Fratelli tutti», firmata sabato ad Assisi, viene definita dallo stesso pontefice un’«enciclica sociale» – il titolo cita le Ammonizioni di San Francesco per invocare una «fraternità aperta» e «universale», «un amore che va al di là delle barriere della geografia e dello spazio» – e chiede a tutti un cambiamento radicale di rotta, di fronte alle tante «ombre di un mondo chiuso» e alla crisi che ha mostrato gli egoismi e le iniquità del nostro tempo. Perché «nessuno si salva da solo» ed è giunta l’ora di «sognare come un’unica umanità» nella quale siamo «tutti fratelli». Francesco lo aveva detto fin dal 27 marzo, la preghiera memorabile in una piazza San Pietro vuota, sotto la pioggia, nel silenzio scandito solo dal suono delle sirene lontane: «Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca». Ed ora spiega: «Proprio mentre stavo scrivendo questa lettera, ha fatto irruzione in maniera inattesa la pandemia del Covid-19, che ha messo in luce le nostre false sicurezze. Al di là delle varie risposte che hanno dato i diversi Paesi, è apparsa evidente l’incapacità di agire insieme. Malgrado si sia iper-connessi, si è verificata una frammentazione che ha reso più difficile risolvere i problemi che ci toccano tutti. Se qualcuno pensa che si trattasse solo di far funzionare meglio quello che già facevamo, o che l’unico messaggio sia che dobbiamo migliorare i sistemi e le regole già esistenti, sta negando la realtà». Non si tratta di tornare alla «normalità», se la normalità era quella di prima del Covid. Bisogna cambiare nel cuore e nei fatti: dalla riforma dell’Onu perché sia davvero un “famiglia di nazioni” alla necessità di una «politica migliore» e di un’economia non sottomesse agli interessi della finanza», di una «governance globale» per affrontare la tragedia delle migrazioni e della povertà e porre fine alla «terza guerra mondiale combattuta a pezzi», i troppi conflitti. Come un parallelo con il dialogo tra San Francesco e il sultano Malik al-Kāmil, nel 1219, è notevole che il pontefice citi il dialogo con un’alta autorità musulmana tra le principali fonti di ispirazione dell’enciclica: «Mi sono sentito stimolato in modo speciale dal Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb, con il quale mi sono incontrato ad Abu Dhabi per ricordare che Dio “ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro”…Questa Enciclica raccoglie e sviluppa grandi temi esposti in quel Documento che abbiamo firmato insieme», ovvero il «Documento sulla fratellanza umana» siglato il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi.

San Francesco «non faceva la guerra dialettica imponendo dottrine, ma comunicava l’amore di Dio». Fin dal primo capitolo, «Le ombre di un mondo chiuso» l’enciclica elenca i tanti guasti del presente: la manipolazione e la deformazione di concetti come democrazia, libertà, giustizia; la perdita del senso del sociale e della storia; l’egoismo e il disinteresse per il bene comune; la prevalenza di una logica di mercato fondata sul profitto e la cultura dello scarto; la disoccupazione, il razzismo, la povertà; la disparità dei diritti e le sue aberrazioni come la schiavitù, la tratta, le donne assoggettate e poi forzate ad abortire, il traffico di organi». Si tratta di problemi globali che esigono azioni globali, contro una “cultura dei muri” che diventa un «terreno fertile per le mafie». L’antidoto a tutto questi virus è l’esempio evangelico del Buon Samaritano, scrive Francesco nel secondo capitolo, «Un estraneo sulla strada»: tutti siamo chiamati a farci prossimi dell’altro, a costruire ponti anziché muri. Nel terzo capitolo, «Pensare e generare un mondo aperto», si dice che «l’individualismo non ci rende più liberi, più uguali, più fratelli» e «la mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta l’umanità» né preservarci dai mali: «L’individualismo radicale è il virus più difficile da sconfiggere». L’iniquità colpisce individui e Paesi interi, Francesco richiama alla necessità di pensare «un’etica delle relazioni internazionali» e ripete ciò che aveva scritto nella Laudato si’: «Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati, e ciò ha conseguenze molto concrete, che devono riflettersi sul funzionamento della società». Nel quarto capitolo, «Un cuore aperto al mondo intero», il Papa fa sintesi delle sue riflessioni sul tema delle migrazioni: evitare le migrazioni non necessarie e al tempo stesso rispettare il diritto a cercare altrove una vita migliore. Con le loro «vite lacerate» in fuga da guerre, persecuzioni, catastrofi naturali, trafficanti senza scrupoli, strappati alle loro comunità di origine, i migranti vanno accolti, protetti, promossi ed integrati. Nei Paesi destinatari, il giusto equilibrio sarà quello tra la tutela dei diritti dei cittadini e la garanzia di accoglienza e assistenza per i migranti . Francesco indica alcune «risposte indispensabili» per chi fugge da «gravi crisi umanitarie »: incrementare e semplificare la concessione di visti; aprire corridoi umanitari; assicurare alloggi, sicurezza e servizi essenziali; offrire possibilità di lavoro e formazione, favorire i ricongiungimenti familiari, tutelare i minori, garantire la libertà religiosa e promuovere l’inserimento sociale. C’è anche l’invito a stabilire, nella società, il concetto di «piena cittadinanza» rinunciando all’uso discriminatorio del termine «minoranze ». Ma soprattutto occorre una governance globale, una collaborazione internazionale per le migrazioni che avvii progetti a lungo termine, andando oltre le singole emergenze. Così i Paesi potranno pensare come «una famiglia umana».

Nel quinto capitolo si affronta il tema della «migliore politica», che rappresenta una delle forme più preziose della carità perché si pone al servizio del bene comune e conosce l’importanza del popolo, inteso come categoria aperta, disponibile al confronto e al dialogo . È il «popolarismo» indicato da Francesco, cui si contrappone quel «populismo» che ignora la legittimità della nozione di «popolo» e attrae consensi per strumentalizzarlo al proprio servizio, fomentando egoismi per accrescere la propria popolarità: «Per rendere possibile lo sviluppo di una comunità mondiale, capace di realizzare la fraternità a partire da popoli e nazioni che vivano l’amicizia sociale, è necessaria la migliore politica, posta al servizio del vero bene comune. Purtroppo, invece, la politica oggi spesso assume forme che ostacolano il cammino verso un mondo diverso». Il testo dell’enciclica fa sintesi di tanti interventi pronunciati da Francesco negli ultimi anni, il Papa mette in guardia anzitutto da nazionalismi e populismi: «Il disprezzo per i deboli può nascondersi in forme populistiche, che li usano demagogicamente per i loro fini, o in forme liberali al servizio degli interessi economici dei potenti. In entrambi i casi si riscontra la difficoltà a pensare un mondo aperto dove ci sia posto per tutti, che comprenda in sé i più deboli e rispetti le diverse culture». Francesco distingue tra «popolare» e «populista». Ci sono leader popolari «capaci di interpretare il sentire di un popolo, la sua dinamica culturale e le grandi tendenze di una società», ma il loro servizio «degenera in insano populismo quando si muta nell’abilità di qualcuno di attrarre consenso allo scopo di strumentalizzare politicamente la cultura del popolo». La «migliore politica» è anche che tutela il lavoro, «dimensione irrinunciabile della vita sociale».Una politica incentrata sulla dignità umana e non sottomessa alla finanza perché «il mercato da solo non risolve tutto»: le «stragi» provocate dalle speculazioni finanziarie lo hanno dimostrato. Il Papa chiede la riforma dell’Onu: di fronte al predominio della dimensione economica che annulla il potere del singolo Stato, infatti, il compito delle Nazioni Unite sarà quello di dare concretezza al concetto di “famiglia di nazioni” lavorando per il bene comune, lo sradicamento dell’indigenza e la tutela dei diritti umani: l’Onu deve promuovere la forza del diritto sul diritto della forza, favorendo accordi multilaterali che tutelino al meglio anche gli Stati più deboli. Il sesto capitolo, «Dialogo e amicizia sociale», si incentra sulla vita come «arte dell’incontro» con tutti, anche con le periferie del mondo e con i popoli originari, perché “«da tutti si può imparare qualcosa e nessuno è inutile» . Il Papa richiama il «miracolo della gentilezza», un’attitudine da recuperare «una stella nell’oscurità» e una «liberazione dalla crudeltà, dall’ansietà e dall’urgenza distratta» del presente. Nel settimo capitolo, «Percorsi di un nuovo incontro», Papa scrive che la pace è legata alla verità, alla giustizia ed alla misericordia. la pace è «proattiva», in una società ognuno deve sentirsi «a casa», ed è un «artigianato» in cui ciascuno deve fare la sua parte. Legato alla pace c’è il perdono, che non vuol dire impunità ma giustizia e memoria: perdonare, fa notare Francesco, non significa dimenticare, ma rinunciare alla forza distruttiva del male ed al desiderio di vendetta. Mai dimenticare «orrori» come la Shoah, i bombardamenti atomici a Hiroshima e Nagasaki, le persecuzioni ed i massacri etnici. Vanno ricordati sempre, nuovamente, per non anestetizzarci e mantenere viva la fiamma della coscienza collettiva. Altrettanto importante è fare memoria del bene, di chi ha scelto il perdono e la fraternità. Così Francesco ripete: «Mai più la guerra, fallimento dll’umanità!». E ribadisce che la pena di morte è inammissibile e deve essere abolita in tutto il mondo. Nell’ottavo capitolo, «Le religioni al servizio della fraternità nel mondo”», il Papa ribadisce che la violenza non trova base alcuna nelle convinzioni religiose, bensì nelle loro deformazioni. Un cammino di pace tra le religioni è possibile e dunque, necessario garantire la libertà religiosa, «diritto umano fondamentale per tutti i credenti».La Chiesa non relega la propria missione nel privato, «non sta ai margini della società», non fa politica ma non rinuncia alla dimensione politica dell’esistenza». Il testo si conclude con il ricordo di Martin Luther King, Desmond Tutu, il Mahatma Gandhi e del Beato Charles de Foucauld, un modello per tutti di cosa significhi identificarsi con gli ultimi per divenire «il fratello universale». Alla fine ci sono due preghiere: una «al Creatore» e l’altra «cristiana ecumenica» perché nel cuore degli uomini ci sia «uno spirito di fratelli».

4 ottobre 2020 (modifica il 4 ottobre 2020 | 13:01)

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