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Il senso di colpa di chi teme di aver portato il virus in casa

Il sospetto di aver involontariamente causato la malattia in un famigliare, soprattutto se anziano, provoca un forte disagio interiore. Chi vive questa situazione spesso accoglie lo sviluppo dei sintomi come una forma di punizione …

In questa seconda ondata dell’epidemia sembra che la maggior parte dei contagi avvenga all’interno delle famiglie o della rete di conoscenti. Un fenomeno con conseguenze psicologiche immaginabili: chi crede di aver portato il virus «in casa» può sentirsi in colpa di fronte a parenti positivi o addirittura ammalati.
«È una reazione comprensibile» commenta Valentina Di Mattei, psicologa clinica dell’Ospedale S. Raffaele e professore associato dell’Università Vita Salute San Raffaele di Milano. «Nelle campagne di prevenzione rispetto alla diffusione del virus si è infatti molto fatto leva sui comportamenti del singolo e quindi sarà più semplice che scatti questa associazione. In situazioni normali però le famiglie sono di solito un contenitore emotivo collaudato ed è difficile che il senso di colpa si manifesti in modo eccessivo. Al tempo stesso potrebbe accadere che siano gli altri a far sentire responsabili e quindi ad adottare condotte espulsive o di isolamento nei confronti dell’infetto. Si tratta del cosiddetto “stigma”, già emerso nella prima ondata a primavera e tipico di precedenti situazioni epidemiche, una per tutte l’Hiv».

Avvertire la responsabilità delle proprie azioni è «sano», ma sentirsi in colpa per aver trasmesso una malattia ad alta contagiosità non è troppo? «Il senso di colpa ha il compito di inibire comportamenti ritenuti inappropriati, poco etici e morali, nel senso migliore del termine. Si presenta in conseguenza alla violazione di norme condivise dall’ambiente in cui si cresce e nel tempo interiorizzate (il famoso Super Io di Freud). Dunque l’essere un veicolo di contagio può portare ad auto colpevolizzazione, rimorso e rimpianto. La possibilità di provare questo sentimento è legata in questo caso alla valutazione del soggetto di avere avuto la possibilità di agire diversamente, in modo più protetto e quindi socialmente più accettabile. Non bisogna dimenticare che il senso di colpa, provato in giusta misura, riveste un ruolo utile per l’individuo. Tuttavia, a seconda della propria personalità e dell’ambiente in cui si è cresciuti, ognuno ha una diversa disponibilità a provarlo: da autoriflessione e rimprovero fino a forme di auto punizione».

Può diventare patologico?
«Quando si varca la soglia dal normale al patologico, si può parlare di senso di colpa in termini di eccessiva tendenza al rimorso e al rammarico e ciò può innescare – o fare diventare più evidenti – alcune forme depressive. Può darsi che questa situazione sia la famosa goccia che fa traboccare il vaso, destabilizzando equilibri già difficili. Anche per questo i soggetti con forme di disagio psichico sono più a rischio. Meglio ricorrere all’aiuto di un professionista quando si manifestano i primi campanelli d’allarme, prima che il disagio diventi debilitante. Da ricordare, sul fronte opposto, che la mancanza di senso di colpa è spesso presente nel disturbo di personalità antisociale».

È diverso se anche chi ha trasmesso il virus si è ammalato?
«Sì, l’essere affetto da malattia potrebbe essere vissuto come la punizione per l’eventuale colpa».

Esiste anche il senso di colpa al contrario, quello di chi vede gli altri ammalarsi e lui no?
«Una forma particolare del senso di colpa è la “sindrome del sopravvissuto”. Chi sopravvive a un evento traumatico, ritiene di non esser degno di poter godere di ciò che la persona scomparsa non può vivere più. Un esempio illustre è quello dello scrittore Primo Levi, che sopravvisse ai campi di concentramento ma non al senso di colpa. Ci sono molti casi di persone guarite dal Covid che hanno subìto delle perdite in famiglia. In questa realtà emotiva è normale sperimentare questa sensazione, che va compresa con sensibilità, aiutando la persona ad affrontare il lutto per la perdita e ad accettare ciò che sta provando. Tuttavia è necessario vigilare per capire se la situazione non si protrae troppo a lungo (oltre i 6-12 mesi) interferendo con il comportamento abituale. In questi casi è necessario interpellare uno specialista».

Questo fenomeno riguarda di più chi ha familiari avanti negli anni?
«Contagiare un anziano comporta statisticamente conseguenze più serie, quindi il senso di colpa è comprensibile, compreso quello derivante dal non potersene più prendere cura direttamente a causa del distanziamento».

E i ragazzi che riprendendo le loro attività hanno contribuito a diffondere i contagi?
«Per loro le privazioni sono state intense, interessando proprio i “luoghi” dove si svolge gran parte della loro vita attuale e progettuale: fuori casa e lontano dalla famiglia. Non è stata solo una pausa in una traiettoria che prosegue, ma la sottrazione di parte dell’identità ancora in costruzione. Di conseguenza la capacità di sentirsi (o no) in colpa è da inserire anche in questa ottica. Particolare è ciò che sta avvenendo nelle scuole quando viene data notizia di un caso di Covid. Si osservano dinamiche fortemente aggressive ed espulsive nei confronti di chi si ammala che, inevitabilmente, sarà quindi soggetto a sentirsi in colpa per aver messo a rischio o “quarantenato” un’intera classe».

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