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Coronavirus Cultura

Il virus del complottismo  non ha vaccino

Caro Aldo,
viviamo nell’epoca dei complottismi. L’ultimo è che il Covid sia un’invenzione o comunque venga amplificato per danneggiarci economicamente, controllarci ,etc. Perché tante persone anche intelligenti credono in sempre più complotti? Forse, in tempi di vorticosi cambiamenti, dare la colpa ai complotti è un modo per scagionarci dai nostri fallimenti. Lei che ne pensa ?
Luca Bustreo, Verona

Caro Luca,
«Il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori. È facile, è semplice, è la resistenza. Noi perderemo alcuni compagni e poi ci organizzeremo e faremo fuori loro, o un po’ per uno, ti pare?». Sa chi parlava così? Pierpaolo Pasolini, nella sua ultima intervista, intitolata «Siamo tutti in pericolo», rilasciata a Furio Colombo e ora ripubblicata da Aragno in «La scoperta dell’America».
Pasolini è oggi considerato da molti un antesignano dei complottisti, per il celebre incipit — «Io so. Ma non ho le prove» — del suo articolo sulle stragi e sui misteri della storia repubblicana. Il suo omicidio è tuttora considerato un complotto (e non c’è dubbio che il processo, in cui fu condannato il solo Pino Pelosi, non ne abbia affatto chiarito la dinamica; ma questo è un altro discorso). In realtà, è lo stesso Pasolini a metterci in guardia non tanto dai complotti, quanto dal complottismo.
Alla base del complottismo c’è l’idea che le cose non siano mai come appaiono, e come vengono raccontate. L’idea che esista un’élite, ristretta ma non troppo, che possiede gli arcana imperii, i segreti del potere, ma li custodisce gelosamente, impiegando il proprio tempo a fabbricare una storia falsa, una realtà parallela.
Il complottismo, come scrive giustamente lei, gentile signor Bustreo, è sempre consolatorio. Perché il retrotesto è sempre lo stesso: la colpa di quello che accade non è mai nostra, ma loro. La responsabilità è degli altri: dei politici, delle banche, della finanza, della pubblicità; e dei media da loro controllati. Ovviamente, è una favola. I media vivranno sempre di più grazie ai lettori, in particolare a coloro — per fortuna in crescita — che hanno capito che l’informazione, compresa quella online, non può essere gratis. Ma il vero virus che serpeggia è quello della sfiducia: negli altri, nei media, nelle classi dirigenti, nel Paese; in definitiva, sfiducia in se stessi. E questo è un virus che non ha cura né vaccino.

LE ALTRE LETTERE DI OGGI

L’ingiustizia

«Regole troppo rigide: abbiamo perso il treno»

Due giorni fa sono tornata a Milano da Castiglioncello, frazione di Rosignano Marittimo, in provincia di Livorno, in treno, con mio marito, con coincidenza a Firenze. Il tempo per prendere il secondo treno era di 20 minuti e ci siamo permessi un caffè. A causa del distanziamento, al bar abbiamo perso dei minuti preziosi. Ma comunque siamo arrivati davanti al binario 9 con circa sei minuti di anticipo. Qui siamo stati bloccati da una ragazza che ci ha richiesto di seguire la prassi per montare sul treno: misura della temperatura e seguire il percorso che conduce all’ingresso del binario. Visto che il percorso attraverso i nastri era molto lungo e che eravamo gli unici passeggeri l’ho pregata di accorciarcelo per timore di perdere il treno: avrebbe potuto alzare qualche nastro e farci passare, ma non c’è stato niente da fare. Il percorso era lungo e ce lo siamo dovuto fare tutto. (Trascuravo di dire che siamo piuttosto anziani e non troppo veloci). Siamo arrivati al treno esattamente quando hanno chiuso le porte. Pertanto abbiamo dovuto acquistare un nuovo biglietto, 110 euro e attendere in piedi, fortunatamente solo un’ora, il prossimo treno per Milano. In piedi perché non ci sono sedili in tutta la stazione e le sale d’aspetto sono serrate. Trovo giustissimo seguire le regole, ma in certi casi un po’ di comprensione e di elasticità non sarebbero necessarie?
Sara Raciti

INVIATECI LE VOSTRE LETTERE

Vi proponiamo di mettere in comune esperienze e riflessioni. Condividere uno spazio in cui discutere senza che sia necessario alzare la voce per essere ascoltati. Continuare ad approfondire le grandi questioni del nostro tempo, e contaminarle con la vita. Raccontare come la storia e la cronaca incidano sulla nostra quotidianità. Ditelo al Corriere.

MARTEDI – IL CURRICULUM

Pubblichiamo la lettera con cui un giovane o un lavoratore già formato presenta le proprie competenze: le lingue straniere, l’innovazione tecnologica, il gusto del lavoro ben fatto, i mestieri d’arte; parlare cinese, inventare un’app, possedere una tecnica, suonare o aggiustare il violino

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MERCOLEDI – L’OFFERTA DI LAVORO

Diamo spazio a un’azienda, di qualsiasi campo, che fatica a trovare personale: interpreti, start-upper, saldatori, liutai. 

Invia l’offerta

GIOVEDI – L’INGIUSTIZIA

Chiediamo di raccontare un’ingiustizia subita: un caso di malasanità, un problema in banca; ma anche un ristorante in cui si è mangiato male, o un ufficio pubblico in cui si è stati trattati peggio. Sarà garantito ovviamente il diritto di replica

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VENERDI -L’AMORE

Chiediamo di raccontarci una storia d’amore, o di mandare attraverso il Corriere una lettera alla persona che amate. Non la posta del cuore; una finestra aperta sulla vita. 

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SABATO -L’ADDIO

Vi proponiamo di fissare la memoria di una persona che per voi è stata fondamentale. Una figlia potrà raccontare un padre, un marito la moglie, un allievo il maestro. Ogni sabato scegliamo così il profilo di un italiano che ci ha lasciati. Ma li leggiamo tutti, e tutti ci arricchiranno. 

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DOMENICA – LA STORIA

Ospitiamo il racconto di un lettore. Una storia vera o di fantasia. 

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