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Coronavirus Cronache

La foto dei banchi nuovi (vuoti) di Firenze: per correre più veloci del virus le rotelle non bastano

Il virus è sempre avanti di un passo. Noi inseguiamo. Non siamo gli unici: tutto l’Occidente arranca …

I banchi nuovi sono arrivati. Monoposto e con le rotelle. Ma gli studenti se ne sono andati: didattica a distanza, faranno lezione dal divano. La foto che proviene da un istituto superiore fiorentino potrebbe essere un po’ il manifesto-simbolo di questa seconda ondata: lo Stato è arrivato tardi. La app Immuni è stata approntata solo alla fine della prima ondata. Il bando per assumere duemila tracciatori è arrivato quando il sistema era già stato travolto dalla seconda. I medici e gli infermieri vengono reclutati con gli ospedali già intasati. I bus e i vagoni di metropolitana in più… beh, quelli forse non arriveranno mai. Bisogna ammetterlo: il virus è sempre avanti di un passo. Noi inseguiamo. Non siamo gli unici: tutto l’Occidente arranca. E viene da chiedersi perché. Perché società opulente, ricche di risorse economiche e tecnologiche, dotate di apparati statali elefantiaci e onnipresenti, vengono messe in scacco da una epidemia che sembra provenire dalla notte dei tempi? Eppure il Covid non è un cigno nero, un evento imprevisto e imprevedibile, visto che di malattie infettive provenienti dagli animali negli ultimi tempi ce ne sono state a ripetizione: la Sars, l’aviaria, Ebola, l’HIV, la Mers, Zika. Le stime dicono che le zoonosi di origine selvatica causano ogni anno circa un miliardo di casi di malattia e milioni di morti. Del resto anche l’11 settembre era un rischio prevedibile e previsto. E l’altro shock globale, la crisi finanziaria del 2008, pure. A differenza del pericolo, che è concreto e imminente come quello che ci minaccia oggi, il rischio ci appare astratto, «non è immediatamente percepibile, ma è spostato in un tempo futuro e in uno spazio lontano», scrivono due sociologi, Chiara Giaccardi e Mauro Magatti in un recente libro sul Covid, «Nella fine è l’inizio». Non sappiamo gestire il «rischio». Mettiamo in piedi commissioni di esperti per decidere che fare e poi ne ignoriamo gli esiti. Vi ricordate Colao? Scriviamo piani in estate che in autunno sono ancora tali. Se ci va bene, riusciamo a intervenire solo a cose fatte. Lo Stato fallisce troppo spesso. Così non ce la faremo. Dobbiamo diventare più veloci del virus se vogliamo batterlo. E per correre, le rotelle dei banchi non bastano.

28 ottobre 2020 (modifica il 28 ottobre 2020 | 16:06)

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