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L’idrossiclorochina è inefficace contro il Coronavirus: secondo gli ultimi dati non riduce la mortalità

Una meta-analisi pubblicata su Nature fa il punto sulla clorochina e sul suo derivato, confermando di fatto tutte le perplessità emerse finora
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L’Aifa permette da tempo l’utilizzo dell’idrossiclorochina al fine di agevolare il progredire degli studi clinici riguardo a sicurezza ed efficacia nel trattamento della Covid-19. Secondo il Consiglio di Stato non esistono evidenze di efficacia per il nuovo Coronavirus nei pazienti gravi, mentre risulta sicura nei soggetti con sintomi lievi. Ha concesso quindi – su responsabilità del medico – la prescrizione del farmaco ai pazienti che non necessitano l’ospedalizzazione. La clorochina assieme al suo derivato, l’idrossiclorochina, ha potenziali proprietà immuno-calmanti, viene infatti usata anche contro l’artrite reumatoide.

Inoltre preoccupano gli eventi avversi. Uno studio pubblicato su The Lancet che avrebbe dovuto dimostrarne l’efficacia è stato ritrattato, ma continuano a esserci guru che sostengono l’esistenza di un complotto per tenerci nascosti i suoi promettenti effetti antivirali. Nature ha pubblicato una meta-analisi che non sembra lasciare spazio a dubbi, confermando quanto già sapevamo: non solo non funziona, ma si associa anche a una mortalità più alta.

Una meta-analisi collaborativa

Il dibattito su clorochina e idrossiclorochina verte naturalmente su sicurezza ed efficacia. Uno dei parametri con cui valutare se un farmaco risulta più efficace di altri già riconosciuti – come il Remdesivir – è andare a vedere se riesce a ridurre significativamente i morti. Il paper è una meta-analisi degli studi clinici randomizzati completati o in corso su clorochina e idrossiclorochina. I ricercatori hanno contattato gli autori di 83 studi (47 di loro hanno risposto) tra i 146 presi in esame. Alla fine questa meta-analisi collaborativa ha potuto selezionare 28 studi di qualità (pubblicati o in attesa di revisione), per un totale di oltre diecimila pazienti coinvolti.

I ricercatori attingono anche agli scarsi risultati ottenuti nell’ambito dell’ampio progetto britannico RECOVERY trial, che da un anno monitora sicurezza ed efficacia dei trattamenti candidati alla cura della Covid-19. Risultati analoghi, confermati anche in un recente studio italiano, sono emersi riguardo al plasma iperimmune.

«Abbiamo scoperto che il trattamento con idrossiclorochina è associato ad un aumento della mortalità nei pazienti COVID-19 – spiegano gli autori – e non vi è alcun beneficio della clorochina. I risultati hanno una generalizzabilità poco chiara per pazienti ambulatoriali, bambini, donne incinte e persone con comorbidità».

Limiti dello studio

La meta-analisi adottata, per quanto sistematica e completa, è diversa rispetto alle strategie solitamente adottate per questo genere di studi. I singoli studi non sono stati ulteriormente revisionati dai ricercatori e non sono state raccolte altre informazioni oltre la mortalità. Non è stata fatta una stratificazione dei risultati sulla base del tipo di paziente. La maggior parte degli studi ritenuti ammissibili non risultavano ancora disponibili.

Foto di copertina: ANSA/XU CONGJUN CHINA OUT | People pack bottles of chloroquine phosphate, the production of which just resumed after a 15-year break, in a pharmaceutical company in Nantong City, Jiangsu province, China, 27 February 2020. Chloroquine phosphate, an old drug for the treatment of malaria, has shown some efficacy and acceptable safety against COVID-19 associated pneumonia in trials, according to Chinese media.

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