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Naomi Osaka, le 7 mascherine della regina del tennis per i neri uccisi dalla polizia

La vincitrice degli Us Open (per la seconda volta) leader moderna di un nuovo mondo in cui le ragazze non hanno più paura di esprimersi: «Voglio parlare e non smettere più» …

Sette mascherine nere, una per ogni partita giocata (e vinta) a New York, una per ogni vittima afroamericana della brutalità della polizia Usa. Breonna Taylor, Elijah McClain, Ahmaud Arbery, Trayvon Martin, George Floyd, Philando Castile, Tamir Rice. Che messaggio volevi mandare, hanno chiesto alla regina-bis dell’Open degli Stati Uniti consegnandole la coppa nello stadio deserto. «Parlarne, e non smettere più» ha risposto Naomi Osaka con la voce sottile che Kobe Bryant le ha insegnato a iniettare di contenuti potenti: «Sto cercando di essere la persona che lui voleva che io diventassi».

Naomi Osaka da Chuo-ku, distretto finanziario di Osaka, ma cresciuta in Florida, 23 anni il 16 ottobre, figlia di una giapponese (Tamaki) e di un haitiano (Leonard), doppio passaporto e tre titoli del Grande Slam, è la leader moderna del nuovo mondo occidentale, quello in cui le ragazze non hanno più paura né di vincere né di parlare. Nessuna è carismatica e trasversale come Naomi, capace di piacere al Giappone più progressista (quello conservatore le rimprovera di essere haifu, mezzosangue) e all’America che il 3 novembre proverà a liberarsi di Trump, un Paese pieno di contraddizioni di cui Osaka ha rifiutato la cittadinanza: ai Giochi di Tokyo, l’anno prossimo, proverà a mettersi al collo una medaglia per l’imperatore Naruhito, mentre la televisione pubblica Nhk interrompe le trasmissioni per annunciare il secondo trionfo a New York. Una vittoria della diversità contro il razzismo, è il titolo della notizia.

Naomi ha il mal di stomaco per le sistematiche violazioni dei diritti umani. Come le ragazze della Nazionale di calcio Usa, che hanno fatto causa alla Federazione per chiedere parità di trattamento con i calciatori, come la fuoriclasse della ginnastica Simone Biles, che ha denunciato le molestie sessuali nell’ambiente, come la collega Coco Gauff, paladina del movimento Black Lives Matter a 16 anni, Osaka decide di non stare zitta. Il giorno dopo la sparatoria di Kenosha (Wisconsin), nella quale un poliziotto ferisce gravemente Jacob Blake, Naomi boicotta il torneo di Cincinnati, provocando un’onda di solidarietà che arriva a Michelle Obama, Ophrah Winfrey e Kamala Harris: «Non scendo in campo. Come donna di colore, penso che ci sono questioni più importanti di una partita di tennis che richiedono un’attenzione immediata» scrive su Twitter. La tennista mite si unisce ai giocatori dell’Nba, che stoppano il campionato più ricco. Lo sport negli Usa si ferma.

«È molto coraggiosa, sono tanto orgoglioso di lei» confessa alla stampa nonno Tetsuo Osaka, le famiglie delle vittime ringraziano pubblicamente Naomi per aver usato le sue piattaforme social e la sua popolarità in nome della causa: bastano poche parole, sette mascherine, due occhi intelligenti puntati come fari sulle storture del mondo. «Ho sempre visto i grandi campioni sdraiarsi sul campo e guardare il cielo». A New York l’ha fatto anche lei, e quando si è rialzata nulla era più come prima.

13 settembre 2020 (modifica il 13 settembre 2020 | 23:15)

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