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Coronavirus Torino - Cronaca

«Noi, da Tel Aviv all’ospedale di Verduno perché il mondo è uno solo nella lotta contro il virus»

Il professor Elhanan Bar-On e altri 18, tra medici e infermieri, prenderanno servizio nell’ospedale Michele e Pietro Ferrero, dove resteranno almeno fino al 13 dicembre …

«We feel we have to do, sentiamo di doverlo fare, di dover aiutare gli altri perché il mondo è uno solo», ripete il professor Elhanan Bar-On sul pullman che da Malpensa lo porta a Verduno. Oggi lui e altri 18, tra medici e infermieri, prenderanno servizio nell’ospedale Michele e Pietro Ferrero, dove resteranno almeno fino al 13 dicembre. Arrivano da Tel Aviv, ospedale Sheba, il nono migliore al mondo, dice una recente classifica. Là, il medico dirige il Centro di Medicina dei disastri e di risposta umanitaria, nato tre anni fa per offrire assistenza sanitaria ai Paesi in difficoltà. «Siamo stati in Zambia per il colera, in Guatemala dopo l’eruzione di un vulcano, alle Samoa colpite dal morbillo».

Professore, ora tocca all’Italia. Come nasce questa collaborazione?
«L’anno scorso, in Mozambico, durante la tragedia del ciclone Idai, abbiamo conosciuto il nostro amico Mario».

Mario Raviolo, il direttore della Maxi-emergenza 118 del Piemonte?
«Sì, e ora per noi è un grande privilegio essere qui».

C’è qualche strategia nella presa in carico dei pazienti Covid che avete sperimentato in Israele e proverete ad adattare al Piemonte?
«Abbiamo imparato qualcosa sul coronavirus ma molto ancora non lo conosciamo: sarà un’occasione per unire teste e mani e cercare di scoprire qualcos’altro per salvare più vite possibili».

Oggi quanti pazienti Covid ospita la vostra struttura?
«Alcune decine, ma ne abbiamo avuti centinaia. Lo Sheba è il più grande ospedale del Medio Oriente».

E per voi qual è stata la difficoltà principale?
«La necessità di separare i “corona patiens”, dagli altri, per garantire a tutti, dai malati di cuore a quelli di cancro, alle partorienti, la migliore assistenza possibile e sicura».

Un obiettivo complesso, che si è posto anche il Piemonte e non sempre è riuscito a centrare. Lei pensa di avercela fatta?
«Io credo di sì».

In che modo?
«Finché i numeri ce lo hanno consentito, abbiamo curato i pazienti fuori dagli ospedali, per preservare le strutture dal rischio contagio. E anche quando i casi Covid sono aumentati e avevamo necessità di letti di terapia intensiva, abbiamo adottato protocolli rigidi per garantire una separazione totale degli spazi».

Nella prima fase, dove li avete curati?
«In un’area dell’ospedale utilizzata dallo staff o a casa».

Al contrario, in Italia, l’assistenza domiciliare è ancora poco sviluppata e la pandemia lo ha dimostrato anche in Piemonte. Voi come vi siete organizzati?
«In Israele, la telemedicina è molto avanzata e permette di sapere quando, eventualmente, vanno trasferiti in ospedale. Monitoriamo parametri fisici e psicologici: è stato il nostro punto di forza».

3 dicembre 2020 | 09:59

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Sorgente articoli: Vai

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