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Renzo Rosso: «Dopo il virus andrà cambiato tutto. Salvare l’economia? Si può»

Il patron di Diesel: «Una volta gestita l’emergenza sanitaria bisognerà far ripartire l’economia, le aziende e il lavoro, per evitare una crisi da cui usciranno tutti male» …

«Il giorno in cui ho chiuso le aziende italiane ho scritto a ognuno dei miei dipendenti una mail: ho invitato tutti a usare questo periodo a casa per trovare soluzioni nuove per il futuro dell’azienda». Renzo Rosso, l’imprenditore definito dagli stessi americani il re dei jeans, affronta la crisi generata dal coronavirus con il suo approccio visionario.

Come sta vivendo Renzo Rosso questo momento?
«Da cittadino responsabile: lavoro da casa con la mia compagna Arianna, che sta seguendo l’attività della Fondazione Only The Brave. Ci siamo concentrati sui piccoli ospedali e procuriamo materiale, che è la vera cosa che serve. I primari piangono con noi al telefono, il Governo parla di tante mascherine a disposizione, ma dove sono?»
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Nella battaglia contro il coronavirus sono già morti 41 medici, la maggior parte per via del materiale sanitario inadeguato.
«Le grandi donazioni sono importanti, ma prima che i soldi entrino in circolo servono decine di passaggi burocratici. Con Andrea Bocelli, ad Amatrice, abbiamo costruito una scuola che è stata operativa da subito. Mentre, mi spiace dirlo, fino ad un anno fa i fondi raccolti dal numero verde per il terremoto non erano stati usati perchè mancava ancora un piano regolatore. Ed è giusto che la gente lo sappia».

Ha mai pensato di convertire una delle sue aziende in una ditta produttrice di mascherine?
«All’inizio sì, poi mi sono detto: per farlo bisogna avere non solo il know how ma anche la certificazione perché siano omologate e veramente utili. Una cosa che non si ottiene in tempi così rapidi».

L’America ha superato per contagi la Cina. Quale è la sua idea?
«Vedo un Paese molto grande che non ha preso le giuste precauzioni, ma subito dopo ha adottato delle decisioni ottime per supportare le famiglie. L’America ha stanziato 2 miliardi di dollari per aiutare le persone e la cifra è stata approvata in 48 ore. Noi purtroppo abbiamo una classe politica debole e frammentata, e ministri che provengono da settori che sono diversi dal dicastero che sono stati chiamati a guidare. E ad oggi non è ancora stata presa una decisione definitiva sul tema».

Da tecnico che decisioni avrebbe preso?
«Sono portato a guardare chi riesce ad ottenere buoni risultati: in questo momento in Cina la gente è tornata al lavoro anche grazie a un sistema di controllo molto forte. Attraverso una app, la Alipay Health Code, che monitora spostamenti e stato di salute, gli utenti sono schedati in base a un codice QR verde, giallo e rosso».

La privacy deve fare un passo indietro per frenare i contagi?
«Siamo il Paese con il più alto numero di giornali e trasmissioni scandalistiche, attraverso i nostri cellulari siamo studiati e monitorati ogni momento. Ma di quale privacy parliamo?».

Cosa la preoccupa di più dello scenario economico futuro?
«Le aziende che chiuderanno e quante persone saranno senza lavoro: siamo un paese di piccole imprese. Oggi dobbiamo salvare la pelle, ma presto dovremo pensare a non morire di fame. E’ importante, una volta passato il momento di emergenza, che tutte le attività si rimettano in moto perché sono tutte collegate tra di loro».

Quali sono le soluzioni a portata di mano?
«Riorganizzare tutto: dobbiamo abituarci a convivere con il virus e vivere come prima non sarà più possibile. Bisogna trovare un sistema safe che può anche generare un indotto lavorativo nuovo: rifare sale cinema più ampie, stadi da calcio con misuratori di temperatura all’ingresso, ripensare il modo di prendere l’aereo. E poi nelle aziende in crisi dovranno essere “congelati” dei posti di lavoro con l’aiuto degli ammortizzatori sociali».

Fa riferimento alla ripresa graduale divisa per fasce d’età?
«Sì: siamo il Paese con più gente giovane a casa».

La previsore di tendenze olandese Li Edelkoort ha detto al magazine Dazeen che il coronavirus instillerà nella gente una quarantena dei consumi: «Impareremo a essere felici con un solo abito». Da imprenditore la preoccupa?
«La mia visione mi porta sempre a capire come rispondere alle nuove sfide del mondo. Avremo una flessione del business ma potremo trovare il modo di fare abiti ancora più stimolanti».

Lo smart working ha funzionato?
«Molto e lo dico da imprenditore che ha sempre pensato che essere nel posto di lavoro fosse più performante. Ho provato sulla mia pelle che si lavora persino di più».

In Cina non avete mai chiuso i negozi, tranne quelli nei mall che hanno chiuso. Che senso ha avuto con le città deserte?
«Dalla casa madre di Shanghai abbiamo organizzato corsi di formazione a distanza, di educazione al prodotto, per spiegare ai dipendenti le qualità intrinseche di ciò che vendiamo. Alcuni di loro sono stati invitati a proporre idee di visual merchandising e sono nate vetrine e idee creative incredibili: inoltre attraverso il database abbiamo creato una connessione con i clienti più fedeli e l’interazione ci ha premiati in termini di vendite online».

La Mit Tech Review sostiene che il coronavirus aprirà le porte alla shut-in-economy, l’economia on demand usufruita on line.
«Sono d’accordo: abbiamo visto decollare le vendite online fino all’85%. Oggi il divario tra negozio fisico e virtuale è ampissimo».

Si è molto parlato di moda e sostenibilità: con la quarantena l’inquinamento è diminuito.
«È come se il Pianeta si fosse autogestito. Questo momento drammatico sarà una grande spinta per salvare il mondo».

Ha calcolato le perdite del suo gruppo?
«I danni del coronavirus non ci hanno risparmiati, anche se in Giappone, Cina e Corea oggi i numeri sono quasi normali».

Il Presidente di Tod’s Diego Della Valle aveva proposto di chiudere le Borse. Che ne pensa?
«Poteva essere una buona idea, purché fosse collettiva: alcune aziende oggi valgono il 45% in meno e gruppi stranieri hanno cominciato a comprare azioni svalutate e finiranno per comprarsi il Paese».

Quale è la strategia del capitalismo futuro per Rosso?
«Non lavoro per me stesso ormai da tanti anni: lo faccio per il bene dei miei 7000 dipendenti e per un senso di responsabilità sociale che spero diventi la nuova regola».

28 marzo 2020 (modifica il 28 marzo 2020 | 09:39)

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Sorgente articoli: Vai

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