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Sarajevo, emergenza coronavirus: ogni giorno in media più morti che nell’assedio degli anni Novanta

Il Paese è ultimo nei Balcani per numero di vaccinazioni, costretto all’umiliazione di chiedere aiuto al presidente serbo Vucic, che fu portavoce di Milosevic. Se gli europei non possono permettersi paragoni con la guerra, che non conoscono, i sarajevesi sì …

dal nostro inviato
SARAJEVO — Dov’è Smail? Il tramonto del primo giorno di Ramadan, l’hanno aspettato al cannone. È da un quarto di secolo che alle otto di sera Smail Krivic si copre il capo con un fez ottomano, sale alla Fortezza Gialla sopra Sarajevo, carica a salve il cannone e bum, tappatevi le orecchie, perché è sempre lui ad aprire il mese del digiuno. Dov’è Smail? Questa volta, prima volta dalla fine della guerra, non s’è presentato. L’ha steso il virus. E Sidran? Ti ricordi d’Abdulah Sidran? Inutile telefonargli: lo sceneggiatore da Oscar è in ospedale, risponde con un filo di voce faticata, l’altra sera davano in tv il suo capolavoro Ti ricordi di Dolly Bell?, ma lui non ce la faceva proprio a riguardarlo. E Mirza Nodic? Da una vita vende scarpe dietro la cattedrale, non ha mai chiuso nemmeno quando i serbi lanciavano le granate, però oggi sì: ha tirato giù la claire e portato tutta la famiglia in Serbia, a vaccinarsi.

I bosniaci sono carne da cannone. E noi, bombardati come siamo dalle angosce pandemiche, non abbiamo il tempo di pensare alla loro tragedia. E agli ultimi numeri da Covid-19, peggiori di quelli della guerra ’92: a Sarajevo, di media, muoiono ogni giorno più persone per l’epidemia (18,5) di quante ne morissero per i cecchini (3,8). Dopo l’Ungheria, la Bosnia è seconda al mondo nella percentuale di morti ogni 100mila abitanti. E se l’assedio del coronavirus durasse quattro anni, quanto quello di Milosevic, a questi ritmi ci sarebbe un’altra pulizia etnica. Col paradosso che a salvare la Bosnia, oggi, sono soprattutto i serbi: donano i vaccini e lasciano che i nemici d’un tempo vadano a Belgrado, per siringarsi di Pfizer e AstraZeneca.

Missing Sarajevo. Il coprifuoco scatta alle nove di sera, come negli anni ‘90, e il caravanserraglio della Bascarsija è il vuoto pieno di nulla che si vedeva quando gli spari sopra erano per noi. Chiaro, sempre meglio del totale lockdown dell’anno scorso: ora qualche moschea è aperta e in questo Ramadan ci si può anche riunire in famiglia per l’iftar, il pasto notturno. Però «mi sembra d’avere riavvolto un film e di tornare alla scena iniziale», s’abbassa la mascherina Slobodan Kacuca, 66 anni, che fu per tutta la guerra il direttore dell’Holyday Inn nel mirino degli snajper: «Non credevo di rivedere le strade deserte e la gente in coda per il pane». Chi ha casa in montagna, è già scappato.

E se noi europei non possiamo permetterci paragoni con la guerra vera, che non conosciamo, i sarajevesi sì: «Sotto le bombe avevo 40 anni e tutt’altro modo d’affrontare la situazione — ricorda Marko Vesovic, il poeta — . Dante diceva che nella guerra l’uomo sa adattarsi a tutte le circostanze e io infatti uscivo lo stesso di casa. Adesso non posso andare nemmeno al cimitero a portare i fiori a mia moglie. Del Covid non me ne frega niente, sono abituato a mettere in conto la morte. Ma capisco come si senta un giovane. Dal contagio non ti nascondi, somiglia un po’ a una granata: se ti tocca, ti tocca…». Sui ponti della Miljacka, uno striscione incita: «Lottiamo per la vita!». Ma nessuno combatte davvero. Non c’è resistenza.

Il Paese è ultimo nei Balcani per numero di vaccinazioni. Non esiste un ministro della Sanità, perché la pace di Dayton ‘95 non lo prevede. Dal 2018 manca un vero governo, perché musulmani, serbi e croati non si mettono d’accordo. Nei campi profughi, le infezioni fra siriani e afghani sono fuori controllo. Contestato in piazza ogni settimana, il premier-travicello Fadil Novalic è a processo per una storia di cento respiratori farlocchi, strapagati 50 milioni d’euro ai cinesi, che avrebbero ucciso molti ricoverati: sotto accusa la pessima rete ospedaliera, gestita dalla potente moglie del leader musulmano Izetbegovic, oltre che un farraginoso sistema sanitario decentrato in dieci cantoni.

Le corsie d’ospedale s’arrangiano: nell’enclave della Republika Srpska, i vaccini li fa la dottoressa Karadzic, la figlia del criminale di guerra; a Srebrenica, le vedove ricevono dosi-dono dalla Turchia. I social ribollono di rabbia, specie se guardano al miracolo vaccinale della vicina Serbia, all’umiliazione di chiedere aiuto a uno come Aleksandar Vucic, il premier di Belgrado che faceva da portavoce a Milosevic. «Viviamo d’elemosine — spiega Zlatko Dzidzarevic, ascoltato editorialista e diplomatico — . Il Covid ha promosso una classe dirigente ambiziosa che decide la nostra vita, senza essere all’altezza. I politici si sono vaccinati con le poche dosi a disposizione, mentre i vecchi fanno la fila: io sto ancora aspettando. E sa da chi hanno fatto comprare i famosi respiratori cinesi? Da un’azienda specializzata nell’import di lamponi!».

«Questo è un governo d’incapaci», è d’accordo Pero Sudar, il vescovo: «Non esiste una pianificazione dell’emergenza». Monsignore c’era già durante l’assedio, e ne ha viste. Non sembra nutrire molta fiducia nemmeno nel nuovo che avanza: Benjamina Karic, 30 anni, la prima donna sindaco della capitale, subito omaggiata dalla collega romana Virginia Raggi. «Non la conosco. Ma so che nasce da un gioco di palazzo…». Benjamina è già una farfalla esibita, immobilizzata dallo spillone: «L’hanno scelta pur di non eleggere uno come Bogic Bogicevic. Che è serbo, è coraggioso e durante la guerra seppe opporsi a Milosevic. Lui, sì, sarebbe stato una novità…». Ok al vaccino donato dai serbi. Ma regalare in cambio il sindaco, no.

20 aprile 2021 (modifica il 21 aprile 2021 | 09:18)

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