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Silicon Valley, arroganza, cattiveria e ambizione: il libro che smaschera la «valle oscura»

Il memoir che racconta (dall’interno) la folla di giovani devoti alla causa dei numeri, che giocano a fare Dio e sentono di avere in pugno il mondo …

Silicon Valley, arroganza, cattiveria e ambizione: il libro che smaschera la «valle oscura»

Silicon Valley, arroganza, cattiveria e ambizione: il libro che smaschera la «valle oscura»

Cosa c’è dietro «il social che tutti odiano», «il grande negozio online monopolistico» e «il conglomerato di Seattle dalla querela facile»? «Spionaggio, misoginia, razzismo e fricchettonismo estremo», scrive il Foglio. Ma anche «stile spigliato, umorismo disincantato e cinismo gentile», aggiunge il Manifesto. Il memorabile memoir di Anna Wiener La Valle oscura, caso letterario negli Stati Uniti a inizio 2020, è uno di quei libri che segnano un’epoca. Come scrive Francesco Guglieri su Domani, «è un vero e proprio trattato di antropologia umana travestito da avvincente memoir, un reportage oltre le linee nemiche». La valle oscura della giornalista del New Yorker è la Silicon Valley, ma è anche il mondo in cui siamo immersi e che diamo ormai per scontato.

Come racconta l’autrice all’inizio della sua avventura: «Non mi era mai passato per la testa che un giorno sarei diventata una delle persone che stanno dietro Internet, perché di fatto non avevo mai considerato che dietro Internet ci fosse qualcuno». Il suo dietro le quinte è una distopia al contrario, la descrizione di un passato prossimo che pare un futuro immaginario e invece è il sistema, razionale e folle, nel quale siamo precipitati quasi senza accorgercene.

La Wiener non fa altro che raccontare la sua vita, da quando, appena adulta, abbandona il mondo polveroso e lamentoso della piccola editoria, ostentatamente analogico e orgogliosamente fuori mercato, per lanciarsi in una start up di analisi di big data. Scopriamo così un luogo dove «gli ingegneri sembrano deejay, i colleghi si muovono a piedi scalzi per uffici che somigliano a circoli ricreativi, indossano leggings di lycra con stampate emoji di unicorni, magliette con le facce di colleghi, collari da bondage, pellicce in stile Burning man».

In una sorta di educazione sentimentale, Wiener passa dalla fascinazione romantica per la scoperta di un mondo nuovo dove tutto va velocissimo e ragazzini di 20 anni guadagnano milioni, alla consapevolezza che «un’intera cultura è stata sedotta da giovani arroganti, ambiziosi e aggressivi». Ci si immerge in una subcultura fatta di neologismi come pivottare e blogrammer o disruption, come la rivoluzione al tempo stesso distruttiva e costruttiva della tech generation.

Dietro la retorica dell’innovazione c’è una folla di giovani devoti alla causa dei numeri, che stanno in «God mode», cioè come Dio al pannello di controllo dei nostri dati, e sentono di avere in pugno il mondo, annullando la loro personalità. Come scrive la Wiener: «Noi eravamo l’azienda e l’azienda eravamo noi. Quella frenesia era inebriante, come lo era la sensazione che tutti fossimo indispensabili».

Un affresco che ricorda quello di un’altra generazione, molto diversa ma ugualmente frenetica e perduta, quella del Jay McInerney delle Mille luci di New York. Quando è uscito negli States, il libro ha provocato reazioni contrastanti. Slate lo ha considerato troppo politicamente «vago», lamentando una carenza di analisi. Ma le lodi sono state decisamente di più, a partire dal New York Times, che con Lauren Oyler scriveva: «La vera forza di Uncanny Valley viene dall’attenta analisi grammaticale delle complesse motivazioni e implicazioni che fortificano questa nuova realtà surreale, a ogni livello, dal corpo individuale a quello politico. Alla fine del libro, mostra come le tecnologie non siano interessate solo a creare sistemi, riparando quello che non funziona, ma a fondare nuovi poteri politici».

La Wiener, la rimprovera un capo, «è troppo interessata a imparare e non a fare». E il New York Times spiega che «essere abili nel decostruire è uno svantaggio per lo specialista tech che cerca di dare un significato al suo lavoro e per un millennial che prova a muoversi in quel mondo con un chiaro senso di cosa sia giusto o sbagliato. Per uno scrittore, però, è un piccone». L’arma migliore per scavare con le parole nel terreno vergine innervato dalla nuova «febbre dell’oro». Il suo sguardo da outsider, di giovane imbranata e un po’ ostinata che vuole insegnare agli ingegneri l’uso corretto della punteggiatura e sopporta l’umiliazione del sessismo, è quello che ci serve per capire un mondo nel quale «i quotidiani più autorevoli avevano corrispondenti che seguivano esclusivamente il colosso dei motori di ricerca, come si trattasse di un governo straniero, un nuovo tipo di nazione».
Un mondo nel quale tutti noi facciamo parte del prodotto e il software è il nuovo culto, l’incantamento che provoca venerazione e devozione: «Un’interfaccia ben progettata era come la magia o la religione: alimentava una collettiva sospensione dell’incredulità».

Questo articolo è stato pubblicato originariamente sulla rassegna stampa dell’Edizione Digital del Corriere della Sera. Per abbonarsi clicca qui.

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