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Sono i tracotanti i veri perdentiCe lo svela il Coronavirus

Martha Lincoln su Nature evidenzia come gli Stati consci dei propri limiti abbiano affrontato meglio l’epidemia. Uno spunto per riflettere sulle responsabilità di ognuno …

Martha Lincoln in un editoriale pubblicato su Nature il 17 settembre scorso ha proposto un originale spunto per spiegare, almeno in parte, le differenti conseguenze della pandemia in alcuni Paesi del mondo. La sua riflessione è partita dalla constatazione che nazioni in coda nel Global health security index hanno arginato molto meglio Covid-19 rispetto ad altre piazzate nelle posizioni alte della medesima classifica. Fra queste ha citato Stati Uniti, Brasile, Cile e Regno Unito. E si è chiesta quale potesse essere il loro denominatore comune in questo caso. La risposta che si è data è: «il fatto di sentirsi speciali». In effetti solo un anno fa — sottolinea Lincoln — chi avrebbe pensato che gli Usa non fossero uno dei posti più attrezzati al mondo per contrastare un’epidemia? Il Brasile, dal canto suo, ha un presidente che non ha lesinato messaggi mirati a rimarcare come i brasiliani fossero troppo forti per farsi spaventare da una «influenzetta». Quanto al Cile, l’ipotesi dell’editorialista di Nature è che la lusinghiera immagine di sé del Paese potrebbe aver indotto i suoi leader a sottostimare la vulnerabilità al virus nonostante un robusto sistema sanitario. A proposito del Regno Unito, Lincoln si limita a citare la Brexit per ipotizzare che una profonda e diffusa fiducia nelle proprie risorse forse ha qualcosa a che vedere almeno con l’iniziale sottovalutazione del rischio Covid.

Al contrario, Paesi perfettamente consci dei propri limiti e dell’impossibilità di fronteggiare l’epidemia, hanno messo in campo prontamente tutte le misure a loro disposizione per ridurre al massimo la diffusione di Sars-Cov-2. L’editorialista cita a questo proposito, per esempio, il Vietnam. Chiaramente si tratta di una tesi che presta il fianco a obiezioni e che certo non basta a spiegare i fattori molto complessi che concorrono a giustificare le differenze epidemiologiche. Nondimeno rimane una lettura stimolante perché può essere applicata sia su scala di popolazione sia individuale e quindi interpella ciascuno di noi sulle proprie responsabilità. Su Nature viene evocata la hybris, che chi ha avuto il privilegio di poter studiare e ha scelto di occupare a suo tempo il banco di un ginnasio ricorderà spiegata come «superbia» o «tracotanza verso gli dei», nella tragedia greca preceduta da olbos e koros, che traduciamo approssimativamente in «felicità» e «abbondanza», e seguita invariabilmente dall’ate, la punizione divina. Papa Francesco ha appena scritto nella sua ultima enciclica che Covid non è una punizione divina. Ma incorrere o non incorrere in un’ate laica è in gran parte nelle nostre mani. Verrebbe da dire nelle nostre mascherine, se non fosse banale. Il problema probabilmente alligna più in profondità. La sicurezza che ci viene da anni di prosperità, almeno nei Paesi occidentali, ha probabilmente contribuito a offuscare la percezione della nostra fragilità e ha indotto a mettere in un cassetto il valore dell’umiltà, esaltando il cinismo, la sicurezza di sé, l’arroganza e soprattutto il disprezzo per la debolezza, tanto che ormai l’insulto più di moda (anche fra potenti leader) è «you are a looser» («sei un perdente»). Ma chi è davvero un vincente e chi un perdente? Forse un virus può aiutarci a capirlo.

15 ottobre 2020 (modifica il 15 ottobre 2020 | 07:16)

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