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Stefania, Simone e la loro cascina: «Salvati dal fuoco e poi dal virus» Su Buone Notizie oggi in edicola

A gennaio l’azienda e la casa sono state distrutte da un incendio. Si sono mobilitati il paese, la parrocchia, Coldiretti, Avis e alpini: donano affetto, alloggio e soldi per ripartire. «Resistiamo e siamo aiutati dal bene che ci è piovuto addosso» …

«Non abbiamo salvato niente ma almeno ci siamo costruiti la nostra scatolina dei ricordi». Stefania lo dice con gli occhi lucidi mentre rivede se stessa e suo marito Simone a rovistare fra un cumulo di macerie e tizzoni. È successo tutto il 14 gennaio di quest’annus horribilis. Le fiamme si sono arrampicate su, per la canna fumaria, e nel giro di pochi minuti si sono prese tutto. Niente più casa, niente più azienda, non un cambio di vestiti… niente. Eppure Stefania e Simone non hanno mai ceduto allo sconforto. «Ce la possiamo fare» si sono detti l’un l’altra fin dal giorno dopo. «Ce la dobbiamo fare», si sono convinti anche quando muri altissimi di burocrazia, verbali, pratiche assicurative avrebbero autorizzato a una resa. «Ci abbiamo creduto lo stesso anche se poi, quando eravamo quasi pronti, è arrivata la pandemia…».

La storia di questi due ragazzi – 31 anni a testa – è una storia di resistenza. La tenacia con cui la cattiva sorte li ha inseguiti è pari alla forza con la quale loro hanno tenuto duro guardando sempre avanti, in direzione dei loro sogni. A dire il vero l’annus horribilis per Stefania Reali e Simone Frassini è cominciato prima dell’incendio del 14 gennaio. A fine ottobre dell’anno scorso, per la precisione, quando dopo otto giorni di vita è morto il loro secondogenito, Michele, nato gravemente prematuro. Nella «scatolina dei ricordi» c’è anche un brandello della copertina che lo ha scaldato nella sua brevissima vita e che il fuoco ha risparmiato. «L’avevamo messa sotto vuoto perché volevamo riuscire a conservare il suo odore… adesso sa di bruciato anche se la lavi mille volte». Oggi, dopo tutti questi mesi bui, Stefania e Simone sono pronti a ripartire dallo stesso punto in cui si erano fermati, a Ludizzo di Bovegno, una manciata di case a 850 metri di altitudine nell’Alta Val Trompia (in provincia di Brescia). I lavori per ricostruire quel che l’incendio ha distrutto sono alla fase finale e fra poche settimane torneranno a vivere in quella cascina-azienda che è il sogno più luminoso che abbiano mai avuto e che porta il nome di un libro di Mario Calabresi, «Cosa tiene accese le stelle».

«Nel 2012 ci siamo imbattuti in questa cascina casualmente», raccontano, «e nell’arco di pochi mesi eravamo pronti a tutto. Avevamo e riavremo presto un laboratorio attrezzato, i frigoriferi, gli abbattitori… Nei due ettari di terreno attorno abbiamo fatto terrazzamenti, piantumato il frutteto, puntato su ortaggi e piccoli frutti, abbiamo le api per il miele e adesso anche molte erbe aromatiche. Abbiamo sempre variato molto: da giugno a ottobre vendite di piccoli frutti freschi nei mercati, mercatini, fiere, a domicilio. Abbiamo uvaspina, mele antiche, ribes bianco, fiori commestibili, ma anche fragole, mirtilli, lamponi, zucchine…In cascina avevamo già, e stiamo ricostruendo, anche un piccolo spaccio per chi vuole inerpicarsi fin quassù e con la riapertura – entro l’autunno – organizzeremo uno spazio per consentire merende alle famiglie con bambini».
Poi ci sono i mesi di neve e freddo. «In inverno – spiegano – trasformiamo quel che rimane invenduto, produciamo marmellate, sciroppi, passate, sottaceti, sughi, chutney. Sperimentiamo, anche». In che senso? «Beh, proviamo ad abbinare gusti da accompagnare a formaggi o carni. Per esempio confetture di porri e curry, di zucca a cardamomo, di cipolle bianche e rosmarino. Solo un tentativo è fallito miseramente: la marmellata di patate. Era improponibile…».

Stefania e Simone si sono conosciuti e innamorati dieci anni fa all’Università della montagna di Edolo (nel Bresciano). Lei nata e cresciuta a Brescia, lui sull’Appennino piacentino. Si sono sposati e hanno avuto una bambina, Matilde, che proprio oggi compie 3 anni e che era in casa, affidata alla cura dei nonni materni, la mattina in cui scoppiò l’incendio. «Quando mio padre ha dato l’allarme ho preso lei, i nostri quattro cani, la cassettina con le ceneri di Michele e sono scappata fuori. Ho avvisato Simone che era al lavoro giù in valle. A parte l’impegno in cascina lui lavora per la società che gestisce acqua e fognature. I vigili del fuoco non riuscivano ad arrivare con le autobotti perché le strade e i passaggi sono troppo stretti. E allora i colleghi di Simone hanno creato un allacciamento al volo per fare arrivare su l’acqua, ma si è alzato il vento e il fuoco è andato avanti lo stesso». Ecco. Quel darsi da fare dei colleghi di lui è stata una goccia nel mare della solidarietà che sarebbe arrivata.

È Stefania che mette assieme i ricordi: «Il giorno dopo sono scesa dalla macchina con i vestiti della sera prima e mi sono ritrovata con un guardaroba nuovo, stessa cosa per Matilde e per Simone. In paese hanno scoperto che alla piccola piacciono le ruspe e adesso abbiamo un parco ruspe completo! La prima notte siamo andati a casa dei miei ma il giorno dopo il parroco di Bovegno, don Luciano, ci ha offerto l’appartamento in cui viviamo ancora oggi, pronto e gratis. Il comune di Bovegno con la protezione civile, le mamme e le nonne di Collio hanno organizzato la domenica delle torte da vendere per raccogliere fondi per noi. La Coldiretti di Brescia e di Iseo Gardone ci è stata vicina fin dal primo istante, sono state organizzate serate, attività, giochi di comunità per raccogliere soldi per noi. L’Avis e gli alpini hanno messo in piedi una lotteria.. Ci hanno aiutato dal quartiere dove abitavo prima a Brescia, i colleghi del vecchio lavoro di Simone, le mie vecchie colleghe, alcuni ristoratori della provincia…A un certo punto cercavamo di fermare quella macchina perché ci sentivamo in imbarazzo. Ma la verità e che tutto il bene che ci è piovuto addosso ci ha aiutato nei momenti peggiori».

Ora il peggio sembra essere passato. Il lavoro nei campi è quello di sempre. Simone si occupa dello sfalcio del prato, il taglio dell’erba, la pulizia del bosco. Tutto il resto si fa assieme: raccolta, pulizia, cernita, lavorazione, vendita… A testimoniare il passaggio del fuoco sono rimaste poche travi di legno bruciacchiate e ammucchiate davanti alla cascina. E poi gli oggetti nella famosa «scatolina», scrigno preziosissimo di ricordi. Dentro (a parte il brandello della copertina di Michele) c’è la fede nuziale di Simone che Stefania ha trovato nella cenere; ci sono delle fotografie uscite indenni dalle fiamme e dall’acqua; c’è il piccolo album fotografico dei primi trenta giorni di Matilde: ogni giorno uno scatto; c’è un pezzo semibruciato dell’attestato di matrimonio e poco altro. «Un tesoro», per dirla con Stefania e Simone. Che odora di fumo e di memoria, che sa di grande tristezza ma anche di bella speranza. Proprio come la vita.

7 settembre 2020 (modifica il 7 settembre 2020 | 17:56)

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